10. Sgabello

Untitl.Ed, 2009

 

Non è facile tirare avanti una fantasia senza fermarsi, fino allo snervamento. Specialmente quando la realtà di un abbandono, o comunque di un sentimento bruciante e irrisolto, si mette in mezzo a ogni passo, a rischio di mandare in frantumi la più paziente e ostinata delle costruzioni immaginarie. A questo allude la strana struttura dell'impaginato di questo libro: a una resistenza, quantunque mite, di fronte all'incombere delle delusioni che, come sempre si dice, dovrebbero farci diventare adulti. Perché le persone che ci mancano, in fondo non ci lasciano mai in pace: entrano a pettine nelle più minute pieghe della nostra esperienza  (reale, onirica o semplicemente fantasiosa che sia), per marcare di assenza ogni angolo dei nostri territori, rendendoci così "responsabili".
Sembra una bambina quella che parla con se stessa in questo libro-monologo, invece è una  giovane adulta, alle prese con un gioco molto complesso, lucido e laborioso alla maniera infantile.  La  ragazza inizia a immaginare (e finisce col vedere, e poi decisamente col vivere) la città di Milano totalmente deserta, vuota di abitanti e di traffici. Anzi no, non completamente vuota. "E' solo così, ci siamo  solo mia madre e mia sorella, e il cane": questo il folgorante inizio di una storia che, per un po', potremo gustarci come uno stralunato cartone.
La ragazza-bambina, alla ricerca comunque di qualcosa che le dia una buona ragione per tutto (ad esempio una scatola di fotografie nascosta da qualche parte, magari a casa di una "nonna" quasi astratta, tanto a malapena è ricordata) diventa decisamente adulta e perfino senza speranza quando dichiara, anzi stabilisce per decreto, la sua più laconica verità: "l'uomo è misero". Fra capannoni abbandonati in cui risuonano stranianti le canzoni di Ricky Martin, strade deserte, macchine fantasma (e dalla benzina infinita) dipinte di verde come strani insetti, Sarah Spinazzola, più nota fra i blogger di vecchia data come Corridrice, torna a una delle sue materie preferite: lo stato di abbandono dei luoghi come modo discreto, dignitoso, o più semplicemente possibile, per alludere all'abbandono più frequente, quello patito dalle persone.