APPUNTI DELLA REDAZIONE

 
Il blog-bacheca di Untitl.Ed: appunti sull'andamento dei lavori, riflessioni e pubblici avvisi.
La redazione di Untitl.Ed è composta da caracaterina, fainberg e untitled io.
 

Archivio degli Appunti

 

Entries in album alice (8)

Untitl.Ed alla Fiera del Libro di Torino

logo-fiera.gif 
 
Quindi è ufficiale: dal 10 al 14 maggio Untitl.Ed sarà alla Fiera del Libro di Torino.
Avremo un piccolo stand all'interno dell'area Incubatore (stand B61, padiglione 1), insieme a una trentina di altre case editrici "neonate" (qui sotto un estratto, qui invece tutti i nuovi spazi della Fiera).
 
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Sempre in Fiera, alle ore 12 di domenica 13 maggio potrete incontrare in un colpo solo tutti gli autori Untitl.Ed: in un viaggio ideale da un'avventura-libro all'altra, ognuno di loro racconterà, attraverso ricordi e suggestioni personali, qualcosa del suo libro: com'è nato, di cosa parla, a quale tipo di panorama o di ambiente fa riferimento, o allude. Ai sei autori finora pubblicati si aggiungerà Sghembo: in occasione della Fiera avrete infatti modo di sfogliare e acquistare il settimo libro Untitl.Ed, "A passo d'angelo": un'inusuale anticipazione dell'attesa terza terna, in prossima uscita.
Memo incontro (dal programma della Fiera, sul sito www.fieralibro.it):
 
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Vi aspettiamo numerosi!
 

alessandragaletta nomeecognome

Continuo a girare intorno al post di gattostanco, nel quale neppure leggendo le risposte di alice (!) e il resto dei commenti riesco a farmi un'idea chiara di cosa vada perduto e di cosa si vada a guadagnare (autore e tutti gli altri, autore e contesto) con un gesto così solido come quello di vestirsi col proprio nome-e-cognome.
I nostri libri portano tutti, nel frontespizio, nome e cognome dell'autore e non il nick. Noi avevamo lasciato (e lasciamo tutt'ora) libertà di scelta, ma tutti nel proprio libro hanno scelto di comparire col proprio nome e cognome, pur se discretamente nel frontespizio e non sulla copertina come si sa. La ragione è che un libro sta nel mondo mentre un blog sta nella rete, mi sono sempre detta in maniera liquidatoria, ed è la stessa cosa che dice gattostanco nel suo post. Ma passare al nome-e-cognome nel proprio blog, questo sì che è un capovolgimento di prospettiva totale - se poi a farlo è una nostra autrice, notoriamente detitolata dalla cima dei capelli fino alla punta dei piedi, è chiaro che ti sbalestra: a me, mi ha sbalestrato.
A me che poi mi chiamano anna, untitled io, unts per abbreviare o apostrofarmi, ehi unts!
Io sono untitled io: sono untitled e sono io.
Io mi chiamo così e così.
Sono io, che parlo qui, e anche altrove.
Dei blogger: a volte conosco i nomi, a volte no. Se li conosco, la cosa non mi cambia la vita: a volte li vedo vestiti in un modo, a volte in un altro, la voce che ascolto è pur sempre la stessa voce, forse è solo che fanno discorsi differenti a seconda del modo in cui si vestono e dell'ambiente in cui si trovano, se parlano col microfono o magari sottovoce da sotto a una coperta, se urlano dal bagno o conversano a un tavolino di bar...
Ma non è questo il punto, non è questo, lo so.
Forse è solo una faccenda di cornici, un situarsi, situare. Il collage qui sotto l'ho fatto io, untitled io, molti anni fa - e non era firmato. Le foto le ritagliavo da dei giornali, l'autore della foto (delle foto) chissà chi era: già allora lavoravo sinelink, mi interessavano le azioni, prospettive ombre e corpi, punti di vista parziali e tagliar via tutto il resto.
 
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Posted on apr 4, 2007 at 12:59PM by Registered Commenteruntitled io in | Comments18 Comments | PrintPrint

l'avete letto?

ale.JPG ...mi ha telefonato poi a roma, ale, dall'olanda: la nostra cantastorie è fra gli indiani! (una storia credibile of course

 
Posted on dic 9, 2006 at 11:18AM by Registered Commenteruntitled io in | Comments Off | PrintPrint

...e quindi, come andò?

 

bonardi500.jpg

da Alice: 


 Come andò? Direi bene, anzi benissimo.
Fran era addetto alle vendite, Lo al rovesc..alla disposizione del cibo, Emme alla macchina fotografica, la vicina alla telecamera, una bambina ai ritratti, un’amica alle luci (che si trovavano in uno stanzino segreto), Gianfelice dietro al leggio, le bottigliette d’acqua Spa blu sul nostro tavolo ma senza bicchieri, Demetrio al mio fianco in una tranquillità pazzesca e fece sorridere più volte il folto pubblico femminile, i termosifoni verniciati pochi minuti prima senza cartello e il color salmone della pittura sulle maniche della mia giacca di fintapelle, molte persone che ci fecero molte domande e a me alla fine scappava la pipì ma non potevo dire torno subito, poi non mi ricordai il titolo del mio racconto che doveva essere letto, questo a O. tra le 8 e mezzanotte, in una giornata invernale, però verso le 9 sbucò il sole: un rettangolo sul nostro tavolo e negli occhi per venti minuti.
Ad Amsterdam, invece, pareva che non ci fosse nessuno, a parte una vecchia signora olandese che è presente a tutte le manifestazioni italiane, e invece arrivarono un po’ in ritardo, una addirittura da Rotterdam, io ero molto più tranquilla rispetto a O., Demi si rubò la sedia morbida e lasciò a me quella rigida, Marino disse delle cose bellissime su di noi e sull’Untitled, io m’ero scritta tutto quello che dovevo dire ma dissi altro, Marino ci portò dei libri a D. e a me, e un Tex a Lo che ad un certo punto fece un sospiro profondissimo, io comprai Il giorno della civetta, non capisco perché non abbia mai letto Sciascia, poi andammo a mangiare una pizza al centro, in un locale scuro, e un editore olandese, con un cognome che in italiano suona un po’ strano, ci spiegò le regole per stampare un libro e si parlò anche di altro, dopo avrei camminato volentieri verso il Dam, ma una pioggia noiosa ci costrinse a girare in auto, poi quando Demetrio è partito ieri m’è dispiaciuto un po’. Comunque la mattina l’avevo portato a guardare il mare.
 

(preso al volo dal suo blog, qui

...e da demetrio:

L’aeroporto è praticamente infilato tra una grigia pianura e un cielo grigio. Sta lì in equilibrio che ti chiedi come non si stacchi da terra per il vento che tira. Ti sei fatto un giro ad Amsterdam e hai visitato il museo di Van Gogh. Sinceramente ti aspettavi qualcosa in più. Non sai bene cosa, ma qualcosa: cioè i quadri, quei quadri che hai sempre visto sui libri, e che ti sembravano fortissimi sono dal vivo meno potenti e turbanti delle loro riproduzioni su carta.
Sarà che hai negli occhi il mare, un mare marrone e nerastro, che non ha niente a che vedere con il tuo. Il vento che porta via la sabbia, e le nuvole rapide sembra che ci cadano a picco. Mentre guardi tutto questo sei contento di non aver la digitale dietro, perché ti sarebbe venuta voglia di fare delle foto e mo’ dovresti mostrarle; e quello che hai scritto non sarebbe più vero.
Perché tu hai detto che il mare è marrone al più nerastro, ma sono colori che tu vedi e forse non esistono come non esiste il mare o come non esistono i quadri di Van Gogh o se esistono sono tali solo sulla carta patinata delle riviste non appesi ai muri.
L’aeroporto è aperto e ti siedi ad aspettare il tuo imbarco, hai due ore di tempo e guardi fuori questa nuvolaglia grigiastra che va e viene rapida con scrosci improvvisi di pioggia, quasi furibondi temporali, e poi spicchi di luce opaca. Stiamo tutti lì seduti ognuno con il suo souvenir in mano: io mi sono deciso per i bulbi dei tulipani. Molti hanno una borsa con sopra il logo del museo di Van Gogh, la cosa mi convince di un fatto: lui era un pittore da stampe.
Siamo lì, mancano due ore all’imbarco, io leggo un libro, Kertez Kaddish ad un bambino mai nato, l’autore ungherese dice una cosa del genere: che il male ha sempre una ragione, è qualcosa di comprensibile, mentre il bene – scrive – è veramente un fatto che sfugge alla nostra comprensione.
Un po’ come il mare, dicevo io; un po’ come la pittura di Van Gogh, mi continuavo a dire io.
Poi sul monitor appare una strana scritta sotto il nostro volo, che dice la partenza è posticipata di due ore. La gente, nessuno la prende bene, anche se siamo qui con questo spettacolo di cielo cangiante che fa di tutto per non essere come un attimo prima, la gente e anche io si vorrebbe tornare a casa.
Vado alle informazioni con il mio inglisc
Schiusmi, dico io.
Ello, dice la ragazza piuttosto carina.
Mai flait es bin dilaited at terti past nain, its de flait for Torino.
Ies, dice olandesina, ior flait es bin delaited bai tu auars.
In Itali, rifaccio io sudatissimo, uen samting, maibi a trein a bas or an act, uas dilaited, its veri isi det dis ting uoas cancelled.
Ui are not in itali, fa lei sorridente, as u can si.
Its tru, riprendo io, end ai ope det its tru.
Torno nel mio posto e mi seggo, viene uno a chiedermi. Cosa hanno detto, fa, io gli rispondo niente che c’è ritardo e che partiamo tra due ore. Bene dice lui e se ne ritorna vicino alla moglie. Io continuo a leggere, anche se mi prende in insana paura, che veramente il volo non ci sia più.
Verso le otto non ci sono ancora notizie di nessun genere, verso le otto e mezza, la scritta che sosteneva che il nostro aereo sarebbe partito con 2 ore di ritardo (diventate ora solo una) viene cancellata. Disappunto, paura. Si va nuovamente all’ufficio informazioni, la persona con cui parlo è diversa.
Gud afternun, mai flait for Torino ed tu start ad terti past nain, bat…, e qui mi fermo, perché non viene la parola: il concetto sarebbe che sul monitor non c’è più l’annuncio di questo ritardo e a me è venuta una sorta di angoscia di rimanere qui in questo limbo screziato di pioggia e vento. Bellissimo come un purgatorio dantesco, ma pur sempre estraneo. Provo con dei gesti. La tipa capisce. No problem, ior flait startz, if deris somting niu ui inform ol de passengerz.
Quello che penso, mentre torno al gheite è, ora sono quasi le nove, l’imbarco è previsto per le 9.05 mo’ arrivo e vedo l’aereo. Intanto il cielo è ancora di un grigio chiaro, perché qui la luce è un’ipotesi lunghissima. Stupefatto da questo cielo, che sembra il mare visto sabato, ma capovolto, non mi accorgo che l’aereo non c’è, che il volo è stato cancellato e che è stato sostituito con un altro la cui destinazione è florenz. La partenza è prevista per le 22.15
Torno all’ufficio informazioni: questa volta a parlarmi è un uomo con i baffi, piuttosto alto e nervoso. Schiusmi, dico, aim de passanger of de flait XXXX for Torino, de flait as bin cancelled, as ai si et de scrin ai mast go tu florenz ?
Ies, mi fa lui, uen iu arraive in florenz iu teich a bus for Torino.
Bat so, faccio io, ai arraiv in mai siti det is mornin, ai ed tu go tu uorch…
Sorri, fa lui, bat detis de onli soluscion.
De onli uan, dico io.
Ies fa lui.
Così partiamo alle 23.00 da Amsterdam e atterriamo all’una meno un quarto a Firenze, siamo imbarcati sul bus che ci porterà a Torino intorno all’una e 20.
Alle sei meno un quarto vedo la mia città alzarsi dal sonno, vedo il Po, le vie addormentate, e il silenzio delle finestre chiuse.
Sul pullman ho dormito, arrivo a casa mi faccio una doccia e vengo a lavoro.
Sul bus prima di addormentarmi una persona mi chiede perché ero andato ad Amsterdam.
Sono uno scrittore, a lui glielo posso dire penso, tanto non lo vedrò mai più, e sono andato a presentare il mio romanzo.
Bella sfiga… dice lui
Cosa?
Insomma già sei venuto ad Amsterdam a parlare di libri, e poi ti è toccata tutta questa odissea.
Poi si gira dall’altra parte, anche lui come me a dormire.
 
Posted on mag 22, 2006 at 12:37PM by Registered Commenteruntitled io in , | Comments Off | PrintPrint

Untitl.Ed in Olanda

gfda.bmpAl Fiks di Oegstgeest,  alle ore 20,30 di venerdì 19 maggio, Demetrio Paolin e Alessandra Galetta presenteranno loro libri "Vedrai vedrai" e Il pasto grigio". Gianfelice D'Accolti (attore, regista ed autore teatrale) leggerà alcuni racconti inediti degli autori.

mama.jpgAlla Libreria Bonardi  di Amsterdam, alle ore 16 di sabato 20 maggio, lo scrittore Marino Magliani (che vive e lavora a Ljmuiden, sulla costa olandese), introdurrà Demetrio e Alessandra, che poi si presenteranno a vicenda e leggeranno alcuni brani dei loro libri.

In occasione di entrambi gli incontri verranno proiettati i video "untitled" e "voci" e si parlerà di Untitl.Ed, del suo rapporto con gli autori, di un modo nuovo di pubblicare. Untitl.Ed ringrazia di cuore Demi e Ale, Marino e Gianfelice, e i promotori che hanno voluto organizzare per i nostri autori questo piccolo tour olandese.

conversation2.jpg (demetrio e alessandra al primo incontro Untitl.Ed a Paganico...) 
 
Posted on mag 11, 2006 at 08:41AM by Registered Commenteruntitled io in , | Comments Off | PrintPrint

Esiste un modo di rispondere...

Riporto qui uno scambio (molto "pratico") che abbiamo avuto io e Alice i giorni scorsi:


ALICE: Ma come fai a dire che le vendite delle librerie non siano influenzate dalla rete? Io so che la gente preferisce acquistare in libreria piuttosto che online.
I blogger (o quelli che leggono il mio blog) che hanno comprato il mio libro, per esempio. Hanno tutti preferito le librerie...

IO: Già, come faccio a dirlo? Dovremmo fare un sondaggio sul sito, del tipo: chi ha comprato il libro in libreria, lo ha comprato perché lo ha visto in rete o perché gliel'ha consigliato il libraio?
mo' vado a studiare come si fa, in html, un sondaggio a due risposte :)

IO: ......o perché gliel'ha consigliato un amico? o perché ha letto la segnalazione su un giornale? (quattro risposte, argh)

ALICE: anche se...è un sondaggio che non servirà a molto.
Chi ha comprato il libro perchè ha letto qualcosa su un giornale, non è detto che poi sia rimasto a leggere i nostri blog. anzi.
L'unica fonte attendibile è sapere qualcosa dalle librerie.

IO: no, così:
hai comprato un libro Untitl.Ed:

1) perché ne hai avuto notizia dal web?
sì, dal sito / sì, da un blogger / sì, da una rivista online

2) perché ne hai avuto notizia fuori del web?
sì, dal libraio / sì, da un amico / sì, da un giornale

3) perché hai visto i libri in libreria?


4) perché sei un amico personale del blogger che l'ha scritto, o di una delle editrici?
sì (sob)

ALICE: Non so se hai pensato di metterlo il sondaggio poi sul sito. Se hai deciso per il sì, magari dà un occhiata qui:http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/11/esiste_un_modo.html#more
Non vorrei che poi qualcuno dicesse che a seguito di un'idea del Mozzi, la Untitled ha deciso di fare un sondaggio.
 
(copincollato da untitled io) 
 
 
Sondaggio? Per ora non contate su di me :) Non ne posso più di raccogliere informazioni in maniera modellizzata e quantificata. Il tutto dipende dal fatto che sono vent'anni che a scuola mi muovo (e per tanti anni ho contribuito a inventare) fra griglie di valutazione destinate a identificare delle prestazioni "qualitative" attraverso una serie di campi informativi e tradurle in punteggi e quindi in voti. In decimi traducibili poi in quindicesimi (per l'esame di stato). Ne ho la nausea. Tanto più che in questi giorni sto facendone indigestione (pagelline bimestrali). So che questa è un'altra cosa ma, vi prego, basta... :/
Comunque, a me sembra che questo modello di produzione, distribuzione e controllo dell'output possa funzionare in una dimensione artigianale ( la nostra) mentre credo che Mozzi faccia riferimento , più implicitamente che consapevolmente ad un modello più industriale e meno personalizzato. Tutte le domande che pone me lo fanno pensare, e anche le sue prime risposte ai primi commenti (ho letto qualcosa solo stamattina e non so come si sia evoluta la questione). Mozzi non pensa "secondo la rete", per lo meno non secondo quella che pratichiamo noi nei blog. Mozzi sta cercando una convergenza fra due "mondi" che sono molto lontani
(caracaterina) 
 
Posted on nov 14, 2005 at 12:53PM by Registered Commenteruntitled io in | Comments Off | PrintPrint

La sottile linea scura

Caro Demetrio,
la differenza tra me e te nella lettura è che tu riesci ad andare oltre, a vedere il bello che magari c'è, io invece non riesco a distaccarmi, e se un testo è bello ma tragico, riesco a leggerlo e a valutarlo solo se so che è invenzione e non realtà.
Questo non significa che mi comporti allo stesso modo di fronte ai fatti di cronaca o di vita.
E lo stesso vale per la scrittura. Mi sono fatta l'idea che tu il libro lo pensi e poi lo costruisci, come un piccolo congegno i cui ingranaggi devono incastrarsi l'uno con l'altro.
Invece io  butto giù un personaggio che sia compatibile con uno sguardo che mi ha colpito in un gruppo di disperati che vanno al mare con un trenino.
In sintesi tu sei un intellettuale, io una cantastorie ;-)
baci
(alice)

Mi rendo conto che il mio rapporto con la lettura non è mai di immedesimazione: ho verso i libri un atteggiamento distaccato, che forse è una tara che mi è rimasta dall'università. Io non leggo un libro e partecipo, così come sembra suggerire alice per sé, ma io leggo un libro e lo smonto: passo sotto la mia lente le cose che mi convincono e quelle che no. Cerco sempre nelle letture qualcosa di molto preciso e che abbia a che fare con il vero.
Non sono ancora bene riuscito a inquadrare questa sensazione,ma sono sempre più convinto che un libro per me è essenziale quando di ritrovo qualcosa, quel quid, che io chiamo 'vero'. Cosa sia poi questo e che rapporti intrattenga con il bello non sono ancora riuscito a capirlo.
Leggere il libro di Forest, in particolare, mi ha ricordato la mia predilezione per i testi ibridi, che non sono saggio, non sono memoria, e non sono solo romanzo (per questo, per me, I sommersi e i salvati sono più importanti di Se questo è un uomo).
Sono come attratto da queste scritture che mescolano i generi, penso a certe cose di Camporesi, ad esempio. Perché riescono a tenere insieme l'esattezza e la narrazione, qualcosa di simile l'ho ritrovata nel libro che Anna mi regalò per Natale La corrida delle balene.
Poi come recensore sono atipico, parlo solo dei libri che mi piacciono, visto che non sono pagato per quello che scrivo, mi permetto di parlare solo di quelle scritture che realmente mi interessano.
Quindi è vero io smonto i libri e nello stesso modo monto i miei. Ho anche io delle ispirazioni, dei momenti in cui vengo assalito da una sorta di mania, ma nella realtà io mi penso e sono un artigiano. Lo dissi credo una volta ad erica: a me piacerebbe essere come Luca Della Robbia. So di non avere il fiato, né ci aspiro, alla Sistina, ma so che ho la capacità per creare delle ceramiche perfette: e capisco che in questa mia scelta entra in gioco l'attenzione ai meccanismi.
Il tuo invece Alice è uno sguardo più 'umano', nei tuoi racconti c'è una attenzione per l'umanità, una compassione, che traspare profondamente. E' uno sguardo di chi ha realmente davanti a sé il soggetto che de-scrive; i miei personaggi sono quasi sempre simbolici, anche quando sono persone reali (penso a mio nonno o a mia madre), e cerco sempre quando dico una cosa di volerne dire un'altra. La lettera dei miei testi è una parte, ma non è la sola, e sicuramente non la più decisiva.
I rumugino i miei libri, per anni, nella testa. Il personaggio di Matteo era lì da quando avevo 19 anni, tante volte avrei voluto scriverne, ma l'ingranaggio, la ceramica, aveva sempre qualche difetto.
L'occasione di Untitled mi ha dato questa possibilità, mi ha liberato della possibilità di far parlare il personaggio che era diventato maturo.
Io vorrei che i miei libri fossero dei marchingegni che si reggono da sé, io mi limito semplicemente a passare e ripassare le frasi, e a girare e rigirare le parole.
scusa e scusate la lunghezza
domanda: ma la prossima presentazione? amsterdam oppure palermo? o roma?
(demetrio)

comunque la mia conclusione era esatta.
Intellettuale (secondo il Garzanti) è colui che costruisce, soprattutto professionalmente, un'attività di pensiero ;-))
(alice)

E quel "soprattutto professionalmente" che non mi convince.
La mia professione è legata alla ripetizione di alcuni cliché comunicativi. Quasi sempre uguali e medesimi. I comunicati stampa dei sndacati sono qualcosa di straordinario, puoi mandarne via al ritmo di uno ogni 2 giorni e le variazioni lessicali sono minime.
Dopo un po', comunque, ti abitui e sai già a memoria che cosa scriverai. Questa è la mia professione e non ci vedo lavoro intellettuale.
Sarebbe da riflettere su quanto ci entra e ci è entrato nel mio lavoro nel Pasto grigio. E allora siamo su di un altro livello. Io credo che alla base dei diversi rapporti del libro ci stia quella che possiamo chiamare una "relazione" lavorativa. Mi sono reso conto, il passaggio è stato dopo l'università, che le relazioni che intavolo sono quasi tutte sul 'fare'. Io entro in contatto con le persone non per quello che sono, Demetrio, ma per quello che faccio, l'ufficio stampa. Questo, credo, che abbia modificato il mio modo di vedere i rapporti. Per un po' ho pensato che questo fosse avvilente: pensavo che contasse quello che ero e non quello che facevo. Poi mi sono reso conto come nel mio 'fare' c'erano una quantità di cose legate a me, che ho pensato che il lavoro sia una delle realtà in cui con più precisione di mostriamo.
In questo senso i rapporti di Matteo sono tutti nell'alveo del fare.
oggi è una giornata che 'strologo così.
(demetrio)

Gli autori che dialogano fra loro,  mi entusiasma. Mi piace che siamo una comunità "elettiva".
Il discorso sul fare di Demetrio (stavo per scrivere "Matteo"!- è un segno buono o è cattivo?) rientra perfettamente nel giro di discorsi che mi/ci lega negli ultimi tempi (a dir la verità da molto di più) e che, credo, differenzia la comunità Untitl.Ed (ormai la vedo così) dalle altre litblogzine. (Infatti non ci seguono mica, non capiscono)
Mi sto chiedendo cos'è che non si capisce. Non lo so mica, anche se ci sto "lavorando" (di testa) sopra. Però un'idea ce l'ho e le parole di Dem me la fanno germogliare.
"Io entro in contatto con le persone non per quello che sono, Demetrio, ma per quello che faccio, l'ufficio stampa" Con quel che segue. Ecco, in queste frasi si toccano nervi vivi, corde che vibrano forte, almeno in me. Ma ancora non distinguo il suono. Non so che discorso queste frasi mi vogliono far intendere. Non è che non capisco il discorso di Demetrio, non capisco quello che voglio farmi io, attraverso le parole di Dem. Grazie, ragazzi, di tutto quello che mi/ci state dando.
La differenza fra intellettuale e cantastorie che sottintende Alessandra è un'icona.
Ora torno a "lavorare", a scuola, qualunque cosa voglia poi dire.  :))
(caracaterina)

la scuola.
ecco le due parole.
mi ricorda quando davo ripetizioni. lì ero quel che davo, facevo ma sostanzialmente ero.
io sono in quel che scrivo, forse più simile all'atteggiamento di ale_alice che a quello di dem.
e ce ne sarebbe ancor da dire.
(scrivana)

Su discorso del lavoro e del fare. MI sembra che ale-scrivana faccia un discorso preciso, che in un certo senso riguarda erica ad esempio: la scuola, l'insegnamento.
In quel caso la dinamica e la relazione lavorativa è complessa; proprio perché viene meno quella costante del rapporto lavorativo che è prestazione salario. Che significa padrone e servo. A scuola il lavoro si basa su altre relazioni, che sono più immateriali, ma non per questo meno vincolanti.
Anche in quel caso noi facciamo delle cose, soltanto che sono cose 'impalpabili', e in merito alle cose che facciamo vieniamo percepiti come come ciò che siamo.
Io, poi, schioderei sia alice che scrivana da quest'idea più 'spontaneistica' della loro scrittura. Anzi direi proprio che non è vero. Tale le cura, e l'artifizio, la finzione che c'è nei loro libri che non ci credo a questo sponteneismo del "cor che ditta dentro".
Non credo che ci sia niente di male a dire che un testo prima di essere scritto o durante la riscrittura ha subito una serie di varianti e di variazioni, in cui il mestiere, e l'artigianato della scrittura ha fatto la sua parte con altrettanta importanza che l'ispirazione iniziale.
Boh non lo so, ma a me personalmente lo spontanesimo non mi convince e da lettore non mi è sembrato di leggerlo in nessuno dei libri, anzi al contrario io ci ho letto pagine gremite di letterarietà. E per me questo è un bene.
(demetrio)

tepareva.
(scrivana)

e che ho detto di male?
:)
(demetrio)

Io trovo che la spontaneità in letteratura (paroloni, quest'oggi) non sia affatto un pregio. Quello che io cerco, di più, che pretendo è una spontaneità costruita. Io a uno scrittore chiedo che mi faccia credere; se individuo anche l'impercettibile crepa nel castello di carte che lo scrittore ha per me costuito (e poco importa se la crepa è data da un eccesso di finzione che l'autore si sente per primo addosso o se è data da un eccesso di verità) è finita.
(fainberg)

..e non pensi (non pensate) che il blog sia proprio un luogo elettivo di apprendimento, di esercizio, per ottenere questa sorta di spontaneità costruita?
che poi, "sponaneità costruita"... mi fa troppo pensare ad artificio in aggiungere. Mentre invece, secondo me, il senso ultimo di questa costruzione sta più nel togliere che nell'aggiungere. Mi viene in mente la nudità. Saper stare nudi di fronte a una persona (figuriamoci a PIU' persone...) è una conquista, eppure l'esito finale non è altro che nudità. Non so se mi sono capita.
(untitled io)

Quando Demetrio dice di non credere alla spontaneità della mia (e di Ale) scrittura, ha in parte ragione.
Però per quanto mi riguarda, la ricerca dell'incastro avviene per la forma, ma non per il  contenuto. I miei personaggi io so in pochi secondi come sono, poi devo piantarli nel mondo certo, far loro compiere azioni, scriverle e descriverle queste azioni (azioni che già conosco). Lì comincia il lavoro.
".e non pensi (non pensate) che il blog sia proprio un luogo elettivo di apprendimento, di esercizio, per ottenere questa sorta di spontaneità costruita?"
Io penso di sì. Si sta in vetrina e ci si vuole mostrare. Verosimili. Il più possibile. E, senza nemmeno accorgersene, si scrive l'imitazione di se stessi. Già che ci si è, ci si dà anche una lucidatina. E tutti sono più contenti. (Senza ironia, eh)     
(alice)

Mi piace quello che ha scritto Alice. Credo che, sì, il blog sia molto utile per imparare questa sorta di spontaneità costruita, proprio perché lo si scrive da soli, nell'intimità della propria stanzetta (ah, che bell'immagine) ma consci di essere ugualmente sotto gli occhi di tutti. Non può, dunque, esserci spontaneità piena. E va bene così.
Altrimenti detto: e tutti sono più contenti così. (Sempre senza ironia, tutt'altro)
(fainberg)
 
vediamo se riesco a dire qualcosa
mi piace l'idea della nudità e meno quella della spontaneità (costruita o meno), perché quest'ultima mi sa da mito del buon selvaggio. Qualcosa di posticcio e di televisivo. No so se vi è mai capitato, ma se guardate la tivvù, soprattutto i reality show, una delle parole più dette ripetute é: io sono vero/a.. Oppure variante: io sono così con le telecamere o meno.
In questa affermazione di spontaneità io trovo una falsità precisa invece.
La nudità mi affascina, mi ricordo di un post di Palmasco in cui diceva che avrebbe fatto un'autoritratto di sé solo nudo, quella mi sembrava una buona metafora per la scrittura del blog. Personalmente la scrittura in rete mi ha abituato a tenere conto dei ritmi e dei tempi, mi ha insegnato come mi devo denudare e come no.
La cosa parrà un po' maschilista, ma prendetela come metafora.
Una volta sono andato in un locale in cui c'erano delle ballerine professioniste che si spogliavano. Avevano una capacità di mettere in mostra, con una lucidatina - come dice alice -, ciò che in quel momento andava messo a nudo: c'era precisione, ritmo, naturalezza. In realtà, per quanto giovane e testosteronato fossi, capivo che dietro c'era una coreografia.
Ma non la sentivo.
Se invece prendete, capita agli insonni, le tivvù locali e vedete i programmi per spogliarelli fai da te, beh, proverete una senazione di orrore e di artificiosità precisa.
Il blog penso che viva delle medesime dinamiche, lo so lo so che potevo usare, altri 3mila esempi, ma questo mi pareva il più chiaro.
(demetrio)

 

(continua...)

Posted on ott 27, 2005 at 08:55AM by Registered Commenteruntitled io in , , | Comments Off | PrintPrint

Gli sconosciuti

Siccome era andata a fuoco la locomotiva del treno che avrei dovuto prendere, ho aspettato cinque ore sotto un ombrellone rosso al bar della stazione. Lo stesso ombrellone dove poi avrei incontrato degli sconosciuti qualche giorno dopo. 

C’è qualcuno seduto sotto l’ombrellone.
Sono loro, ne sono certa.
Sì, sono loro.
E adesso?
E adesso dobbiamo raggiungere quel paese sulle colline.
E' una costruzione bizzarra, artificiale, dipinta di recente, da cui si affaccia un tedesco entusiasta, l’agriturismo in cui dormiremo.
La porta è aperta, dice. Scendo subito.
E ora?
Ora, M. se ne va.


piedi-accavallati.gifE noi cerchiamo un posto per mangiare. Forse era meglio se tornavo a casa, cioè se rimanevo solo a cena.
Non mi scoccerò di stare tutte quelle ore con qualcuno che non ho mai visto prima?  P. è proprio come tutti i paesi toscani, senza turisti però, e a mezzanotte per le vie c’è l’eco, al bar del tennis non vendono il tamarindo, ma si trova la cedrata, quella dal bel colore tra il giallo e il verde e D. ci fa ridere con le sue storie e Caracaterina è proprio come il suo blog, non come il titolo, eh, come i ragionamenti che ci sono dentro, e Anna è come la voce del telefono e le frasi sullo sfondo verde pallido. E quelle che sono assenti compaiono in delle fotografie in bianco e nero e per il momento tacciono, ma se proprio le fissi bene quelle immagini ecco che dicono: siamo da un’altra parte per adesso, ma quando ci saremo... 
Ai margini, qualcuno dietro qualcosa ci osserva.
Guardo solo una volta per ritrovarmi minuscola e senza particolari, per fortuna.
Mentre scrivo sta per arrivare una tempesta, accidenti come si può scrivere di quel giorno con un cielo di questo colore? Fosse novembre, ma è il 19 agosto! E’ il tempo atmosferico che m’infastidisce o il mese in cui avviene, un mese sbagliato per una pioggia dirompente? Ah la pioggia, la pioggia violenta mi piace, ma mi fa perdere il filo di quella notte di fine luglio, ah sì, ecco, la mattina, penso alla mattina, abbiamo fatto colazione vicino a un pozzo, un pozzo chiuso, in cui non si poteva vedere la luna, ma c’era quella notte la luna? Non me la ricordo. Mi sa che non l’ho mai guardato il cielo, Anna cercava il fiume, c’era un fiume vicino al posto dove abbiamo dormito e quando siamo tornati alla stazione il giorno dopo, nell’auto del tedesco che si era affacciato alla finestra, D. e io, chissà se lui, D. intendo, ha avuto paura? Mica guidava tanto bene quel signore. Eravamo in ritardo per il treno, D. lo avrebbe perso di sicuro e allora lui accelerava a scatti, nervoso o ottimista a seconda delle macchine che aveva davanti, speriamo di arrivare in tempo ma non lo so diceva con accento tedesco, ma da quant’è che abiti in toscana? chiedevo, speriamo di arrivare, pensavo, uh, da oltre vent’anni, allora le strade le conosce, sa dove sono le curve, è fatta solo di curve questa strada, arriviamo un quarto d’ora dopo, il treno non è passato, non c’è nessun incendio di locomotive questa volta, solo un fortunato ritardo.
 

(inviato da A.)

(la stessa giornata, raccontata da un altro punto di vista, qui)

Posted on ago 19, 2005 at 11:18PM by Registered Commenteruntitled io in | Comments Off | PrintPrint