alessandragaletta nomeecognome
Continuo a girare intorno al post di gattostanco, nel quale neppure leggendo le risposte di alice (!) e il resto dei commenti riesco a farmi un'idea chiara di cosa vada perduto e di cosa si vada a guadagnare (autore e tutti gli altri, autore e contesto) con un gesto così solido come quello di vestirsi col proprio nome-e-cognome.
I nostri libri portano tutti, nel frontespizio, nome e cognome dell'autore e non il nick. Noi avevamo lasciato (e lasciamo tutt'ora) libertà di scelta, ma tutti nel proprio libro hanno scelto di comparire col proprio nome e cognome, pur se discretamente nel frontespizio e non sulla copertina come si sa. La ragione è che un libro sta nel mondo mentre un blog sta nella rete, mi sono sempre detta in maniera liquidatoria, ed è la stessa cosa che dice gattostanco nel suo post. Ma passare al nome-e-cognome nel proprio blog, questo sì che è un capovolgimento di prospettiva totale - se poi a farlo è una nostra autrice, notoriamente detitolata dalla cima dei capelli fino alla punta dei piedi, è chiaro che ti sbalestra: a me, mi ha sbalestrato.
A me che poi mi chiamano anna, untitled io, unts per abbreviare o apostrofarmi, ehi unts!
Io sono untitled io: sono untitled e sono io.
Io mi chiamo così e così.
Sono io, che parlo qui, e anche altrove.
Dei blogger: a volte conosco i nomi, a volte no. Se li conosco, la cosa non mi cambia la vita: a volte li vedo vestiti in un modo, a volte in un altro, la voce che ascolto è pur sempre la stessa voce, forse è solo che fanno discorsi differenti a seconda del modo in cui si vestono e dell'ambiente in cui si trovano, se parlano col microfono o magari sottovoce da sotto a una coperta, se urlano dal bagno o conversano a un tavolino di bar...
Ma non è questo il punto, non è questo, lo so.
Forse è solo una faccenda di cornici, un situarsi, situare. Il collage qui sotto l'ho fatto io, untitled io, molti anni fa - e non era firmato. Le foto le ritagliavo da dei giornali, l'autore della foto (delle foto) chissà chi era: già allora lavoravo sinelink, mi interessavano le azioni, prospettive ombre e corpi, punti di vista parziali e tagliar via tutto il resto.
I nostri libri portano tutti, nel frontespizio, nome e cognome dell'autore e non il nick. Noi avevamo lasciato (e lasciamo tutt'ora) libertà di scelta, ma tutti nel proprio libro hanno scelto di comparire col proprio nome e cognome, pur se discretamente nel frontespizio e non sulla copertina come si sa. La ragione è che un libro sta nel mondo mentre un blog sta nella rete, mi sono sempre detta in maniera liquidatoria, ed è la stessa cosa che dice gattostanco nel suo post. Ma passare al nome-e-cognome nel proprio blog, questo sì che è un capovolgimento di prospettiva totale - se poi a farlo è una nostra autrice, notoriamente detitolata dalla cima dei capelli fino alla punta dei piedi, è chiaro che ti sbalestra: a me, mi ha sbalestrato.
A me che poi mi chiamano anna, untitled io, unts per abbreviare o apostrofarmi, ehi unts!
Io sono untitled io: sono untitled e sono io.
Io mi chiamo così e così.
Sono io, che parlo qui, e anche altrove.
Dei blogger: a volte conosco i nomi, a volte no. Se li conosco, la cosa non mi cambia la vita: a volte li vedo vestiti in un modo, a volte in un altro, la voce che ascolto è pur sempre la stessa voce, forse è solo che fanno discorsi differenti a seconda del modo in cui si vestono e dell'ambiente in cui si trovano, se parlano col microfono o magari sottovoce da sotto a una coperta, se urlano dal bagno o conversano a un tavolino di bar...
Ma non è questo il punto, non è questo, lo so.
Forse è solo una faccenda di cornici, un situarsi, situare. Il collage qui sotto l'ho fatto io, untitled io, molti anni fa - e non era firmato. Le foto le ritagliavo da dei giornali, l'autore della foto (delle foto) chissà chi era: già allora lavoravo sinelink, mi interessavano le azioni, prospettive ombre e corpi, punti di vista parziali e tagliar via tutto il resto.
Update on apr 18, 2007 at 11:11AM by
untitled io
Nel blog collettivo La poesia e lo spirito, un'intervista di Marino Magliani ad Alessandra Galetta.

Reader Comments (18)
è vero quello che dici tu, che in un certo senso fa il paio con quello di cui parla orietta, sulla fiducia o meno nelle paorle. Le parole di Alessandra sono sempre le stesse - è vero che tra blog e i racconti del libro c'è un leggero spostamento di asse, ma credo che la natura profonda del suo scrivere sia medesiama, e che stia in quella pietà impietosa che ha lei nel suo guardare. Forse, dico forse, il fatto di prendersi nome e cognome ha significato per lei *riconoscere* che tutte le parole sono sue.
Che è sempre lei a scrivere: sia il blog che i racconti, che ovviamente sono diversi per ragioni di palinsesto.
ora questo turbamento di alessandra, mi ricorda un episodio mio di "disvelamento": quando su vibrissebollettino uscì una parte del mio saggio sul terrorismo, io a te anna dissi i miei dubbi: mi mostravo in pubblico in una veste che avevo tenuto celata il più possibile. Rivelando non solo il mio cognome, ma anche una mia specifica preparazione dicevo qualcosa in più in me, e in un certo senso dicevo che quello che era stato il protagonista del blog fino ad allora era solo una parte di me, piuttosto marginale.
una medesima sensazione mi è capitata durante i commenti ad un post di erica sulla religione. In cui ho detto cose di me, cose del mio vivere intimo, di quello che penso, dico e spero, che forse hanno modificato ancora quello che io sono rispetto a ciò che mostro.
la cosa che mi viene da dire è questa: io, forse anche alessandra, abbiamo inziato a scrivere un blog da "clandestini", poi abbiamo trovato qualcuno che senza darci "problemi indentitari" (la detitolatezza era ed è anche questo) ci ha detto che potevamo far parlare le nostre narrazioni, questo a prodotto dei cambiamenti che ci hanno portato a non essere più clandestini ma "riconoscibili" (non conosciuti né tantomeno titolati) con il nostro nome e cognome.
d.
"ha prodotto" e non "a prodotto".
dioken.
d.
ovvio che avere un nomecognome nella rete è il principio della riconoscibilità: partecipazione a convegni, conferenze, ammennicoli.
Pizzette, insomma.
Tuo Anonimo
Il nick, poi, è come un vestito: dopo un po' ti stufa o ti va stretto. Sul proprio nomecognome,invece, che ci viene imposto, non si nascondono allacci, riferimenti e significati.
E' che nome e cognome rappresentano la tua storia, mentre un nick rappresenta una "porzione" della tua storia (nettamente delimitata e confinata da te), e anche un modo ben preciso di presentarti (più o meno preferenziale, ma profondamente arbitrario). In tanti anni di discussione sull'argomento, questo è un aspetto che non ho visto esplorare quasi mai.
Quello che mi incuriosisce è che oggi avviene sempre più spesso di saldare A POSTERIORI, e senza soluzione di continuità, la propria identità storica complessiva (quella buona per tutti e per qualunque circostanza) a quell'identità parziale e arbitraria che ci si è costruiti in rete, adattandola specificamente alla speciale circostanza di stare in rete.
Capisco che quest'ultima identità ("di comodo": vogliamo chiamarla così?) possa avere una specie di scadenza, che possa avere bisogno di essere rinnovata o cambiata, ma mi fa riflettere il fatto che in molti passino senz'altro al panorama completo, per così dire, invece di passare a un altro "quadro", più corrispondente a quello che si è diventati in un dato momento, ma ancora arbitrario. Questa nuova voglia di "generalità", insomma, in tutti i sensi.
Come tale anche tu ne vieni ricompresa (generale->Alessandra) ma non 'personalmente'.
Sul nomecognome credo si debba parlare molto. Anche i Vs Anonimi vanno alle convention di intellettuali, ma non possono ricevere assegni. Ecco un motivo.
L'altro è 'la libertà'.
Ma vasto anch'esso - sopra mi siedo.
Una rete di nomicognomi come questa è molto meno attraente di una rete di maschere. Una rete in cui si dà valore alle categorie (scrittore, giornalista, linguista, esperto di) ancor meno.
Le parole, in fondo, sono tutto quello che contano.
Almeno per me che ho ancora una 56k e le immagini in movimento me le scordo.
Con solerzia,
T.A.
la stessa parola o quasi.
Generale, generalità.
V.A.
se, insomma, scompaio e riappaio come DECIDO di voler essere - più caustico, meno amichevole, sotto tono, delapidario - esaurisco meglio la gamma di me che contengo.
A cui posso dare sfogo. Che posso *vivere*.
Come nomecognome devo contenermi, confinarmi, mediarmi. Essere, in una parola, estraneo.
Qui mi fermo.
T. e V. Anonimo
...su questo c'è poco da pensare, untitled. Estraneo è una sintesi non una fuga.
Nelle tue parole un corroborante falso. Forse non ti sei accorta. Forse che c'è qualcosa che resta fermo anche se ha un nome e un cognome, mentre i vettori dell'identità si muovono incessantemente avanti e indietro come api operaie che lavorano a cottimo?
Non vorrei essere polemica, o meglio non solo, ma sono anni che ti conosco come una pezzo della mia rete ma a volte mi sembra quasi che tu non abbia accettato i fondamentali.
Della rete.
Che si mette un'antologia dei sè in rete?
Che senso ha.
Un segnale stradale, chi si accorge che in realtà è un libro da sfogliare se passa a 120 all'ora?
Sono andata fuori tiro,lo so...ma lo lascio.
Vs Anonimo probabilmente voleva dire "lapidario", anche se "delapidario" ha un suo senso.
Un senso che sa di generosità a oltranza, in favore di un esserci senza particolari riserve.Senza personali parteggiamenti.Per amor di conoscenza. Come dire, estraneamente anche da sè. Simpaticamente sperimentale.
Certo è differente se si ha un datore di lavoro che controlla i propri dipendenti con i motori di ricerca o un vicino impiccione. Ma nel mio caso non ho datori di lavoro e i miei vicini, a parte un paio, non leggono l'italiano.
Quindi insomma tu non senti il bisogno di scrivere in modo clandestino, anzi forse hai il bisogno opposto, quello di renderti presente, tracciabile. Io per esempio non voglio essere totalmente tracciabile, e molti ancora non vogliono esserlo. Mi viene in mente un intervento di William Nessuno (un commento in piublog.it, a un post di Leo Sorge del 30 marzo sull'anonimato in rete), in cui lui si ribellava a questa nuova, diffusa esigenza di tracciabilità. Tracciabilità che poi è il risvolto pericoloso del web 2.0, secondo me, sempre che io abbia capito bene che cos'è quest'ultimo...
Per derrida: non si parla mai di quella velocità, è vero (i 120 o i 200 all'ora, la velocità delle api identitarie - è bello!). Un "fondamentale" della rete, per te e non solo per te. Il problema è che qui, siamo tutti con un piede nella rete e un piede fuori. La sfida untitl.ed è partita da qui, da questo confine, ed è ancora qui che ci agitiamo: sul confine fra due paesi, uno veloce e uno lento. Anche noi che parliamo qui dentro, adesso, siamo affannati da questi continui cambi di marcia. E non è semplice, come vedi, non è semplice come quando si stava in un solo paese.
(ora non ti posso che chiamare così, e mi viene impedita altra scelta)
scrivere sotto nome o sotto nick, non è per nulla la stesa cosa.
Il nick stesso è uno scrivere: è scrivere la propria identità.
Lo sappiamo, il nickname è una dichiarazione, un manifesto, una cartografia.
Si inzia(va) a scrivere, in rete, innanzi tutto pensando a una propria biografia da racchiudere in un un nome.
Un nome che fosse un grido.
Si costruiva un "estraneo", per poi misurarsene addosso il rischio, e scorpire che l'estraneo era noi.
Il nomeecognome, invece.
Non più grido, non più manifesto.
Non più la sfida a scriversi
(siccome mi faccio spesso fraintedere; ogni scelta è legittima, si parla solo di diversi modi di stare in rete. Di fare la rete. Di essere rete)