Il parere di Umberto, e le perplessità di Cecilia
A margine della discussione sull'editing, che sta imperversando nella rete: le perplessità di Cecilia a qualche mese dalla pubblicazione di Nessuno a cui parlare.
Io non sono mica una vera scrittrice, sono solo un medico di famiglia che aveva bisogno di raccontare delle cose, che ha ancora bisogno di raccontare delle cose. Raccontare significa qualcosa di diverso dallo scrivere un libro. Significa intanto essere almeno in due. Io racconto a qualcuno, per qualcuno, da sola che mi racconto a fare? Per questo raccontare la metà di quel che vorrei, ma con qualcuno che ascolta, ha senso, mentre dire tutto quanto senza avere difronte nessuno non ne ha del senso, non per me. Questo, io credo, mi rende diversa da uno scrittore di quelli veri, che dopo aver confezionato un'opera d'arte (questo è quel che loro fanno, diversamente da me) hanno espletato la loro missione pure se quell'opera restasse nel cassetto per decenni, per sempre. La creatività non necessariamente abbisogna d'uno sguardo altrui per essere completa.
E per questo la questione dell'editor per me non si pone o si pone in maniera diversa.
Qui l'intero post, e la piccola discussione che ne è scaturita - e qui il post di remo bassini (sambigliong), dove pure la discussione è continuata. Ma davvero strano che all'inizio nessuno abbia ricordato che i libri Untitl.Ed di cui si parla non sono stati chissà quanto cambiati, o tagliati, e questo semplicemente perché questi libri non esistevano, prima.
Detto in altre parole: la questione non sta nell'essere o meno una vera scrittrice (cecilia lo è). Sta nell'accettare di mettersi in gioco, nel forzarsi, e rischiare. Questo lo si può fare anche da scrittori - ma una persona che scrive nel web lo fa meglio (o almeno: questa è stata da sempre la nostra convinzione). Il libro poi lo scrive da sola ovviamente, ma se lo fa perché qualcuno le ha chiesto: vuoi parlarci di questa cosa qui?, allora nasce veramente un testo scritto in favore di lettore. Sempre che il lettore sia disposto ascoltare davvero, anche "segreti", anche umori di cui prima non sapeva, o che non sospettava. Se poi il lettore (come Umberto) è già tutto ravvolto in suo pregiudizio (foss'anche buono, ottimo) nei confronti dell'autore del libro (perché si è abituato a certi suoi testi, a certa sua produzione, a una certa sua attitudine, e non desidera che qualche cosa di analogo a ciò che già conosce), questo diventa un problema di condiscendenza - si vuole offrire al lettore il pane che il lettore si aspetta, o a un certo punto (se qualcosa d'altro ci preme comunicare) non ci deve importare di tradirne le aspettative? e inoltre: l'autore scrive per i "propri" lettori, o anche per i lettori sconosciuti? e quando si prospetta un allargamento del proprio bacino di lettori, si è ancora disposti a proporre un tipo di testo che non sia già stato... testato? si è ancora arrischiati come quando si inizia a scrivere in pubblico, quando niente è sicuro? E noi, da editori, possiamo permetterci di invitare a correre questo rischio? di sollecitare l'apertura al rischio? Tutto questo rimane naturalmente materia di riflessione, tanto per noi quanto per gli autori, essendo dalle due parti coinvolti emotivamente in ugual modo.
Io non sono mica una vera scrittrice, sono solo un medico di famiglia che aveva bisogno di raccontare delle cose, che ha ancora bisogno di raccontare delle cose. Raccontare significa qualcosa di diverso dallo scrivere un libro. Significa intanto essere almeno in due. Io racconto a qualcuno, per qualcuno, da sola che mi racconto a fare? Per questo raccontare la metà di quel che vorrei, ma con qualcuno che ascolta, ha senso, mentre dire tutto quanto senza avere difronte nessuno non ne ha del senso, non per me. Questo, io credo, mi rende diversa da uno scrittore di quelli veri, che dopo aver confezionato un'opera d'arte (questo è quel che loro fanno, diversamente da me) hanno espletato la loro missione pure se quell'opera restasse nel cassetto per decenni, per sempre. La creatività non necessariamente abbisogna d'uno sguardo altrui per essere completa.
E per questo la questione dell'editor per me non si pone o si pone in maniera diversa.
Qui l'intero post, e la piccola discussione che ne è scaturita - e qui il post di remo bassini (sambigliong), dove pure la discussione è continuata. Ma davvero strano che all'inizio nessuno abbia ricordato che i libri Untitl.Ed di cui si parla non sono stati chissà quanto cambiati, o tagliati, e questo semplicemente perché questi libri non esistevano, prima.
Detto in altre parole: la questione non sta nell'essere o meno una vera scrittrice (cecilia lo è). Sta nell'accettare di mettersi in gioco, nel forzarsi, e rischiare. Questo lo si può fare anche da scrittori - ma una persona che scrive nel web lo fa meglio (o almeno: questa è stata da sempre la nostra convinzione). Il libro poi lo scrive da sola ovviamente, ma se lo fa perché qualcuno le ha chiesto: vuoi parlarci di questa cosa qui?, allora nasce veramente un testo scritto in favore di lettore. Sempre che il lettore sia disposto ascoltare davvero, anche "segreti", anche umori di cui prima non sapeva, o che non sospettava. Se poi il lettore (come Umberto) è già tutto ravvolto in suo pregiudizio (foss'anche buono, ottimo) nei confronti dell'autore del libro (perché si è abituato a certi suoi testi, a certa sua produzione, a una certa sua attitudine, e non desidera che qualche cosa di analogo a ciò che già conosce), questo diventa un problema di condiscendenza - si vuole offrire al lettore il pane che il lettore si aspetta, o a un certo punto (se qualcosa d'altro ci preme comunicare) non ci deve importare di tradirne le aspettative? e inoltre: l'autore scrive per i "propri" lettori, o anche per i lettori sconosciuti? e quando si prospetta un allargamento del proprio bacino di lettori, si è ancora disposti a proporre un tipo di testo che non sia già stato... testato? si è ancora arrischiati come quando si inizia a scrivere in pubblico, quando niente è sicuro? E noi, da editori, possiamo permetterci di invitare a correre questo rischio? di sollecitare l'apertura al rischio? Tutto questo rimane naturalmente materia di riflessione, tanto per noi quanto per gli autori, essendo dalle due parti coinvolti emotivamente in ugual modo.
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Response: Dal caff� al cornettoC'era un tempo in cui questo blog riceveva in dono guarnizioni per la macchinetta del caff�. E ancora sorrido se ripenso al portiere Bastawi che mi porge, perplesso, le bustone di Gattasorniona e Fzzz indirizzate all'Haramlik. Poi, si sa: i...

Reader Comments (25)
ma l'inizio brutale (nell'economia di questo discorso, non in assoluto) del suo commento qui sembra venire da più lontano, non da un semplice fraintendimento sull'operazione di editare e i suoi risvolti.
c'è qualcosa che a poco a poco tra voi s'è fatto duro.
forse a partire da 'il tuffo di capsicum' nei vostri commenti, forse dalla presentazione della seconda terna a trieste, che suscitò reazioni forti e contrapposte come foste state a due presentazioni diverse. sento quell'animosità che viene dalla disistima personale, non solo da questioni metodologiche.
da lettrice,
Quando non sei accondiscendente, quando sei brusca e anche sgradevole, quando provi dolore e frattura, quando non ti ricomponi e non ti trucchi nè dentro nè fuori, quando sbotti e tiri calci, quando non trovi "Nessuno a cui parlare" e ti incazzi ma provi lo stesso a fartene una ragione, questa è la voce della dottoressa capsicum nel tuo blog. E questa è la voce del libro. La voce che ha interessato Untitl.Ed non perchè , come ti chiedi un po’ provocatoriamente nel post, " La tenerezza non piace? Non vende? O non è conforme all'idea di donna moderna che ci viene offerta, propinata, e infine imposta?" ma perchè è quella della dott.ssa capsicum, una voce che non si sente da nessun’altra parte, in nessun altro libro, in nessun altro blog se non nel tuo. Questa originale autenticità che si trova nella rete è il genere di cose che interessa Untitl.Ed e per realizzare un libro così Untitl.Ed si è rivolta a te. Nel tuo blog quello che colpisce non è una cosa compiacente e consolatoria come la tenerezza ma è, invece, l’urgenza, è la sofferenza, non solo quella dei malati, ma anche quella della dottoressa che deve lottare ogni giorno con la morte. Si chiama agonia la lotta con la morte e tu ci insegni che non è un luogo di tenerezza. Quello che in un commento dici di voler cercare, la linea di demarcazione fra l’onda e la sabbia, è una linea cangiante, instabile e interiore. Nel libro si vede bene dove questa linea si era posizionata quando allora scrivevi. Come è nel modo di fare editing di Untitl.Ed, la tua lettrice-editor ti ha fatto da specchio, e ti ha aiutato a mettere a fuoco l’immagine di capsicum e a non falsificarne la voce così autentica che appare nel blog, a non farla virare verso il falsetto compiacente, a lasciarle i suoi toni grattati. Certo, in un libro, questa demarcazione si ferma e si fissa, e perciò crea una frattura interiore, che si risente a posteriori, quando cambia il tempo. Se ora tu, a distanza di mesi, quella linea non la vedi più tracciata così e, magari, la vorresti maggiormente sfumare, oppure segnalarla diversamente è perchè forse, adesso, ma solo adesso, è un altro il libro che potresti scrivere.
Baci.
"Sono appena tornata da Genova. E ho incontrato Lia.
Tra le tante cose di cui abbiamo parlato c’è stata la questione che potrei definire “del riesame”.
Esiste, abbiamo concordato, per alcune persone l’esigenza di riesaminare ciò che si è fatto o che si è vissuto, una volta che se ne siano potute prendere le distanze temporali ed emotive.
Lia sostiene che si tratti di una esigenza caratteriale e sono propensa a concordare con lei.
Ma se anche è una questione caratteriale, risponde al bisogno di consapevolezza. Il bisogno per me di metabolizzare emotivamente e a livello quasi subconscio prima e di consapevolizzare verbalmente poi una esperienza nuova per poterla ripetere in modo più consapevole e, forse, con migliori risultati.
Una delle cose di cui abbiamo parlato è appunto il modo in cui rielaboriamo le nostre esperienze. Verbale o non verbale? Conscio o meditativo? Entrambi, come ho detto, per me. Prima meditativo e inconscio, poi, quando l’esperienza si è colmata, le parole arrivano.
In questo periodo sto cercando di fare una operazione del genere in relazione alla mia esperienza di avere scritto un piccolo libro. Ma ci sono rimasta male quando Panna mi ha ribattuto sulla difensiva, con un giro di parole che faceva capire più o meno (forse solo a me?) “ma come, come sarebbe, cosa ti salta di dire, tu che hai scritto solo grazie a noi un libro che prima non c’era e adesso c’è?”. Spero che dopo aver letto queste righe vi sarà chiaro perché ho scritto che non avevate capito niente Si trattava di una constatazione, fatta da una persona che si aspettava, scioccamente forse, collaborazione e comprensione e non una levata di scudi contro.
La mia prospettiva non è, non è mai stata e non sarà mai quella di “oddio, guarda, mi hanno tagliato, che mi hanno fatto!, quale ferita del mio Io!”. Queste sarebbero delle stronzate. Ero lì, osservavo, discutevo (anche se allora non sapevo con chi discutevo, ne parliamo poi), e accettavo, quindi quali ferite? Quali mai offese?. Invece c’è l’urgenza di capire se il lavoro di editing ha raffinato ed esaltato quello che la mia anima ha sputato fuori di getto, oppure io, come mio solito, avevo prodotto qualcosa di sostanzialmente ambivalente, misto di lucidità e di passione, di amarezza cinica e tenerezza, e l’editing ha scelto e valorizzato un tratto piuttosto che un altro? O anche la mia complicità è cominciata prima, fin dal pensare, e mi sono indotta, alla mia maniera inconsciamente consapevole, a ridurre nella scrittura la fase tenera di me per far affiorare alto l’iceberg aguzzo che vi contengo.
Questo. Un lavoro di consapevolezza che non riesco da sola a portare a termine (non senza collaborazioni come quella di Umberto, o di Stefano o di Giorgio, dei quali parlerò, o di Panna, spero) e mi lascia dubbi su dubbi, uno dei quali eccolo qui.
L’editing del mio libro, chi l’ha fatto? Ho scoperto a Trieste e dopo Trieste di non saperlo, in realtà. Le mail erano firmate Panna, anche le telefonate, ma se queste ultime potevano essere preparate e concordate, tutto poteva esserlo. Con chi? Non è irrilevante. Perché adesso io con chi posso parlare, da chi posso farmi aiutare per riesplorare quel che è stato fatto? Mi serve leggere, se vi furono, le discussioni scritte, capire se vi fu,e quanta ve ne fu, consapevolezza dell’indirizzo dell’editing. Se vi fu, neppure questo so per ora, era indirizzata verso quello che in effetti è ora il risultato PERCEPITO dal lettore, o la freccia ha colpito lì pur se mirata altrove?"
:)
A me pare importante, questa fase, Unts
Pare importante, così come quando dicevo che Una casa editrice che non sa de-scrivesi, come può far scrivere gli altri?
Intanto, tutto questo ha a che fare con quel che dico da tempo, che la scrttura è una cosa "contro":
lo scrittore contro il lettore, fondamentalmente. (*)
E il lettore che deve assalire alla gola e uccidere lo scrittore, per far propria la storia che questi ha scritto.
Perché, quando una storia è pubblica(ta), diventa molte storie: una per ogni lettore.
La storia dello scrittore non esiste più.
Morta.
Assassinata (e solo così può vivere, se mi spiego)
Non stupisce che Capsicum abbia sanguinato un distacco, una disconoscenza.
E' esatamente quello che avviene, ogni volta.
Capirlo rende migliori come lettori, come scrittori, e come editori.
(*) ma è anche lo scrittore contro l'editore.
E' una lotta, come non capirlo.
Un cropo a corpo (e la scrittura è un corpo)
Non credo alla favola che lo sguardo di Untit.Led verso la rete sia amichevole:
è la stagione di caccia che si aperta, e si cercano vittime con armi e fuoco.
1. "Una casa editrice che non sa descriversi non può far scrivere ad altri". Non ricordo in che occasione avresti espresso questo pensiero, però suona così bene che ti chiederei di spiegarmi che cosa intendi dire. Un'esegesi a misura di stupido, grazie.
2. "Non credo alla favola che lo sguardo di Untitl.Ed verso la rete sia amichevole". Se non credi a questo (neppure io lo credo, anche perché "amichevole" è un aggettivo che in certi contesti va usato con parsimonia, la parola "favola" anche di più), allora ritieni che "lo sguardo di Untitl.Ed verso la rete sia ostile". Corretto?
3. "E' la stagione di caccia che si [è] aperta, e si cercano vittime con armi e fuoco". Proprio ora che avevo riportato in soffitta il bazooka? Dimmi che non è vero, pesa un quintale.
1) Ricordo i tempi in cui Untitl.Ed era un progetto, una tensione.
Ricordo come Anna avesse scritto di alcuni vostri incontri.
Non tanto dei discorsi *sulla* casa editrice, ma *intorno*, sui particolari, sulle persone, su treni e sui piccoli ristoranti. Credo che ne avesse scritto anche Palmasco (ma, e poi, Palmasco?)
Ecco, io allora avvertivo come fosse importante, questo de-scriversi.
Come fosse fondamentale ritenere che anche la nascita di un editore sia un fatto letterario, un'azione che ha forza letteraria (per non dir parolacce, non nominerò la mitopoiesi).
La fondazone di una casa editrice non è l'atto dal notaio, è il suo racconto, è l'immagine che ha di sé.
Qui si parla di talento.
Per scrivere, occorre talento.
Per far scrivere gli altri, ci vuole talento.
Per esserci, ci vuol talento
2) Lo sguardo di un editore non può essere innocente. Perché il secondo asassinio (il primo è quello dello scrittore nei confronti della storia, che deve morire rispetto all'infinito possibile, e diventare una storia finita e certa) è quello dell'editore nei confronti dello scrittore.
Più che un assassinio, è un'istigazione al suicidio. Perché lo scittore, una volta pubblicato il libro, non sarà mai più quello che è stato scrivendo quella storia. E anche la storia gli sarà strappata di mano, poi, dal lettore (terzo assassinio). L'editore si aggira notturno e terribile, e ha occhi e artigli e folgori.
L'editore ha bisogno di colpire, lo scrittore di essere colpito. E' un'eutanasia, ma violenta.
La nascifta di un libo è un eterno "contro".
Scrivere è esser contro.
Lo scrittore deve essere ostile al lettore, deve immaginarsi altro da lui, e diverso, odiarlo perfino,
E anche l'ediotre defve essere ostile, spietato, perfetto, consapevole che senza la sua lama, senza il suo a-fopndo, la storia non vivrebbe (poi, su chi debbe essere editore, è altro discorso)
Scrttore, ediore e lettore sono nemici necessari (nel senso che sono necessariamente nemici, e nemici irrinunciabili)
3) E' sbagliato fare le pulizie di prmavera e il cambio di stagione adesso, la stagione è bugiarda, presto rimetteremo cappotti e bazooka. Però è con le fionde che si abbattono i giganti (almeno, me 'hanno raccontata così. Ma si sa che gli scrittori son tutti bugiardi, roba da appenderli all'albero più alto con un nodo alla gola)
Vero che personalmente ho usato e uso termini come "sfida", "rischio". Anche "violento", mi pare, ho usato e uso. Ma pensavo a respiro, muscoli, tensioni e scatti, non certo a lame o spargimenti di sangue vario. E' una visione diversa - e d'altronde si parla di "incontro" pugilistico, mica di scontro. Agguati e assassinii lasciamoli fuori invece, dico io (per i bazooka non saprei, sistemateli un po' dove vi pare, uno più uno meno...)
Intanto ieri, all'improvviso, non ci ricordavamo la domanda iniziale. Qual era la domanda iniziale? E questa incertezza non ti viene perché non hai ascoltato bene le domande, ma perché hai ascoltato tutto: echi, rumori di fondo, effetti speciali...
Mi chiedo, insomma, quale potrebbe essere un tono di discussione proficuo per tutti. E non ho remore a dichiarare che non so darmi risposta - forse non c'è una risposta vera, a questo.
C'è sempre qualcuno che ruba qualcosa, e un altro che viene derubato.
E' così che nascono le storie, come nella scultura: la forma esite in potenza nel marmo, e bisogna eliminare le parti in eccesso,
Eliminare.
Non è un processo di addizione, ma di sotrazione, fino allo svelamento.
Eliminare, perdere, svelare: non son cose che si facciano, se non con sangue
(avete presente Senza Sangue? E vi pare una storia? Ma qui divago)
Ecco perché i soggetti che girano come sciacalli intorno alla storia per cibarsene - scrittore, editore, lettore - non possono che avere sguardo ostile.
Non mi stupisco - è questa la domanda iniziale - che ua autore scopra questa ositilità e questa sottrazione.
(non credo di saperlo dire, se non per immagini)
è la classica risposta che nega quanto sta mettendo in atto mentre affonda la lama in cerca del punto più tenero e vulnerabile fra le scaglie dell'altro.[Effe]
ovvero si sottrae all'accusa sminuendo l'avversario con altrettanta accusa.
in realtà ha già ben chiaro il suo target, la fetta di mercato a cui si rivolge e l'immagine di sè, di mecenate intoccabile e al di sopra delle parti che vuole dare.
del resto questa è la "sua" risposta alla domanda iniziale, "il rischio sia sempre calcolato". e non ha neppure torto ché l'editore in ogni caso rischia di suo se è serio. quindi non è e non può essere un mecenate.
ben altre però sono le domande che emergono dalla prosodia del "rumore di fondo" e che traggono origine dalla domanda iniziale.
.
da qualche parte ho letto "siamo stati noi a chiederti di scrivere per noi", quindi avete commissionato un prodotto.
è un po' come andare dal parrucchiere con in mente il taglio che si desidera, gli si da "campo libero" ma il suo prodotto finale deve soddisfare i nostri occhi prima di quelli di qualsiasi altro, corrispondere alle nostre aspettative. e scrivere su commissione altro non è che fare il parrucchiere.
a Effe mi vien da dire - en passant - che lo scrittore, se è autentico nel suo dire, è a se stesso per primo che rivolge la lama, a lacerare i suoi stessi veli. l'editore invece tende quasi a rimetterli perché troppa nudità non abbia a sconvolgere la pudicizia del lettore che, per quanto questi sia avido di quella altrui, potrebbe riconoscere la propria stessa nudità e detestarsela. detestandone di conseguenza "l'artefice".
e l'editore naturalmente non dimentica che sta confezionando un prodotto che - oltre al rapposto costi/benefici - non deve "respingere" il lettore ma coccolarlo e rassicurarlo nei suoi sentimenti.
Per immagini va benissimo. Eppure, c'è qualcosa che non mi convince in quest'immagine del ladro nella notte. E' come quando, dopo aver raggiunto (dopo adeguata trattativa fra le parti) un accordo conveniente con qualcuno, uno torna a casa e si dice: conveniente? mah, sarò scemo? dov'è la fregatura?
Io trovo che in campo editoriale ormai si sia portati a questo tipo di diffidenze, così come in OGNI campo d'altra parte. Ma qui non si sta parlando di rapporti economici, si sta parlando di scrittura, creazione, produzione di contenuti, senso dell'operazione, lingua. Quando sono queste cose l'oggetto di un accordo, non si può valutare l'accordo come una mera transazione. Secondo me bisogna accettare di spostarsi su un altro piano. Magari più "sentimentale", come quello sul quale cerca di portarci cecilia (ma anche llu/calais, dopo) qui. Io penso che non ci possiamo sottrarre, a una visione anche "sentimentale" della questione: perché ti chiedo questo? come ti senti tu, quando te lo chiedo? mi capisci quando te lo chiedo? E dal punto di vista inverso: perché mai dovrei scrivere di QUESTO e in questo modo? mi offri una ragione che sia buona anche per me? mi offri uno sguardo nel quale anch'io possa riconoscermi? Eccetera.
Ecco, vedo tutto questo come molto lontano dall'immagine del ladro nell'ombra, grondante di ostilità. Molto più problematico, anche, molto più intriso di passioni.
PER YOSEI
C'è molto di vero in quello che dici. Perfino l'immagine delllo scrittore parrucchiere non mi sconvolge più di tanto: fra cliente e parrucchiere, è abbastanza chiaro da che parte sia "l'artista": io non so tagliarmeli i capelli in quel modo, dice il cliente - lasci fare a me, dice il parrucchiere: è il parrucchiere l'artista. Ma a ripensarci non funziona tanto, perché io non sto chiedendo il taglio dei MIEI capelli: sto chiedendo al parrucchiere di acconciarsi da solo, perché perfino i capelli (i materiali) sono i suoi!
Sul coccolare e rassicurare il lettore (un lettore X) non sono invece così d'accordo - almeno non nel senso che si tratti, per noi, di una preoccupazione primaria. Il lettore di riferimento, per noi, è un lettore che ci assomiglia. E purtroppo non incarniamo (nessuna di noi incarna) il Lettore Generico, non facciamo ricerche di mercato, non semplifichiamo le nostre reazioni per poi proiettarle su chiunque passi. Questa visione parziale, da un punto di vista economico, può essere addirittura folle - ma che dire? vedremo...
(le due risposte, ovviamente, andrebbero mescolate e agitate prima dell'uso)
Una storia quando è chiusa è chiusa. E’ inutile stare a formulare le infinite possibilità di come sarebbe andata se…
Dovrebbero essere messi in discussione anche i post dei blog, allora. Lì, è vero, non ci sono altri occhi, altre teste. Ci siamo noi, in teoria. Ma un post di tre anni fa ci rappresenta? Io se guardo i miei posso provare tenerezza, o riderne, a volte invece mi innervosisco per quello che ho scritto. Non mi salta certo in testa di modificarli, anche se non mi rappresentano più, preferisco scriverne altri. Lo stesso vale per i libri.
Poi non sono d’accordo con Effe che dice che i libri siano una perdita. Per me alle storie (che comprendono quelle su carta, sulla rete, quelle che rimangono nella nostra testa) si applica il postulato di Lavoiser: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
;)) aha, quindi stai chiedendo al parrucchiere di acconciarsi da solo i suoi capelli ma secondo le tue aspettative. del resto è ciò che c'è scritto in "cos'è Untitled.ed", perciò - in teoria - nessuna sorpresa.
del resto è lo stesso lavoro dei tanti giornalisti che scrivono per le testate politiche e interpretano la realtà che hanno intorno secondo il pensiero dell'editore. e anche in questo caso il lettore ideale è un lettore che all'editore assomiglia. ;)
[in altri termini crede incondizionatamente all'editore]
e, senza mascherarci nelle parole, questo sistema è una garanzia di continuità.
[e ne so qualcosa, vissuto in prima persona]
ché ormai tutta l'editoria - pur nel suo enunciare la libertà espressiva - è condizionata all'appartenenza che ciascuno si ritaglia.
e ciò che non riesce a classificare come sentimento proprio non viene pubblicato. a meno che l'autore già non sia di suo pubblicabile a vista, nome famoso magari anche per altre vie,
e questa rigidità blocca molte espressività che potrebbero aver qualcosa da proporre in alternativa a quella che troppo spesso è solo mestieranza.
[spero di non esser fraintesa ché non vi sto criticando, essendo la vostra ditrettiva ben chiara e dichiarata]
per ALICE
io credo che ciò che ho scritto un anno fa o due o anche dieci anni fa continui a rappresentarmi per come ero e come sono perché come sono passa anche attraverso a come ero.
e non c'è nulla di male ché non siamo statici come non lo è nessun altro intorno, ogni giorno c'è qualcosa che ci cambia.
e, appunto, sarebbe assurdo andare a riscrivere "quel" momento con l'esperienza di oggi. anzi, quel momento fissato sulla carta è a modo suo la prova di un percorso. e che ci si riconosca o meno nel rileggerlo.
per EFFE
un libro, uno scritto, non è una perdita. è un figlio.
e non è rubato perché i figli nascono tutti alla stessa identica maniera, con un travaglio. o con un cesareo. ;)
poi l'idea è talmente una cosa astratta che anche la più intima non ci appartiene, diventa "nostra" nel momento in cui le diamo una "concretezza".
ma anche questo non la rende di proprietà, la rende solo "mia".
ché altri, per cammini diversi, potrebbero - possono - giungere alla stessa conclusione.
perché anche il mio maturarla non è stato di proprietà esclusiva.
Pensa a i soldi, diceva Luigi, il tuo "mondo" (sarcasmo puro del vecchio ciccione, furbo come una volpe) "vivilo" (idem) via da qui. Puoi fare quello che vuoi, dopo, con i soldi.
Che pagassero, Luigi diceva che l’importante era che pagassero, che pagassero, non che apprezzassero o capissero, che comprassero e che pagassero, quello era fondamentale che facessero.
Trattavasi di vendita di spazi, moduli di cinque per cinque a prezzo alto. Carta...ma nemmeno, fumo puro, nebbia.
Per partire da lontano.
Ma non poi così tanto se si considera il discorso in termini di committenza, di un scrivere per.
Geneticamente modificati avevo definito gli autori untitled a Trieste. Come tutti quelli che pescati o predati dalla rete si sono in qualche modo già editati.
Mi ero fatta una mente molto locale sul loro stato, status, lì alla presentazione, c’era chi voleva apparire e chi voleva sparire, era evidente.
In effetti immedesimandomi ho pensato molto al loro dopo.
Però in effetti non mi sono mai veramente impegnata a spiegarmi il rapporto tra la scrittura in rete e l’invenzione di una casa editrice di libri su carta.
Una casa editrice untitled originale come lo è per nomenclatura e style grafico (molto assertivo, nonostante l’apparente elegante modestia) però lo può, anzi lo dovrebbe essere ancora di più nella ricerca di alternative.
Inventare tutto un viaggio parallelo e sulle tracce della non titolatezza. Che per la distribuzione potrebbe significare luoghi non deputati, per la promozione metodi non ortodossi, pagamenti no, magari quelli ortodossi e puntuali.
Assertività, decisione, idee precise non stonano né guastano.
Autori non titolati, senza nome sulla copertina, forse perché la loro scrittura è vista come prodotto di un flusso di testo, dell’onda piatta estesissima nell’immane risacca della rete dove tutto è interdipendente e non appartenente.
Autori che hanno già incontrato il loro lettore, uno o centomila, uguale, il tu per cui scrivere, come dice Maria, o i mille guardoni in diretta per un’esibizionista come derrida.
Autori che un feedback spontaneo nei blog ha già messo di fronte allo specchio.
Ecco che entra in gioco la dimensione economica ma non nel senso di denaro.
A Luigi, vecchio venditore nonostante tutto non sarebbe poi difficile spiegare l’esistenza di una serie di tecniche che vengono denominate marketing emozionale anche perché non è esattamente l’opposto di quello che insegnava lui.
Gli autori modificati, già in parte liberati dalla malefica compulsione a scrivere, da un’operazione pubblicazione vengono drenati, esauriti dalla realizzazione dei sogni nel cassetto, consumano le riserve e da quel momento sono autori modificati e dai cassetti svuotati.
Ma con ancora a disposizione tutta una rete ora più ricca di aspettative in cui continuare a autoeditarsi. Interessante.
Ovviamente gli autori sono molto diversi tra loro, chi si agisce con controllo, con il distacco che era già chiaro, implicito nella sua scrittura, altri sono autori da squadra di calcetto, festeggiano andando in trasferta con tutto l’oratorio, altri autori che hanno speso più di quello che potevano continuano a vagare intorno al fantasma di quello che c’era nel cassetto.
Naturalmente mi piacciono molto le metafore di caccia e preda.
Naturalmente è un discorso che tocca intesissimamente il merito dell’identità, il segreto colpevole godimento dello scrivere, lo spendersi, e il gotico ed epifanico mistero del pubblicarsi per metterla in termini suggestivi.
L’editing come contaminazione che asserisce che dalla scrittura in rete, fatta di giochi di luce, alla scrittura di materia fatta di carta e inchiostro, qualcosa deve pur accadere.
Più leggero, più pesante, più duro, più tenero, più sobrio...deve accadere qualcosa, insomma.
Un editing untitled però forse non dovrebbe poter servirsi di rimproveri per la mancata adesione alla dimensione autorale.
Oppure sì, sì, più che mai?
Sì per la possibilità che la rete dà di una visione plurale e incrociata che consente di eliminare ogni ridondanza, fino al libro a quattro e più mani che alla fine sarà di nuovo senza autore?
Poi certo una contrattazione tipo sindacale, avendo già un pubblico, è sempre possibile.
E la conduzione della trattativa può essere più o meno infantile, dipende da come uno sta o forse semplicemente da quanti cassetti ha.