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Di marketing, di epica e di un bambino che (forse) non diventa re

A me piace la parentesi nel commento di Effe. Perchè mi pare che metta il dito (zac!) nella piaga che Fainberg mostra.

Di là, commentando questo post da Invasiva, licenziamentodelpoeta (sappiamo come si chiama ma uso il nick, volutamente, tuttavia non ho qui intenzione di aprire la questione annosa, sebbene credo che si dovrebbe parlare dell’evidente cambiamento in atto nella rete, da rete di nick a rete di nomiecognomi, perchè c’è un perchè, in questo cambiamento), licenziamento, dicevo, ricorda giustamente i sofisti, i primi tecnici della comunicazione e della persuasione occulta. Docenti a pagamento di una classe dirigente che inventò, letteralmente, la politica e l'economia, e la loro unificazione in quel sistema altamente imperfetto chiamato democrazia.

Niente di nuovo sotto il sole, dunque, e morta lì?

Non direi perchè il problema sollevato da Fainberg, qui chiosato da Effe e rilanciato da derrida con il riferimento ai baricchici barbari, rimanda alla questione (eterna? e allora? non ci si deve forse misurare solo perchè ritorna a ogni generazione?) delle parole del potere.

Ora, Fainberg dice, giustamente, che se il potere (economico, visto che si parla di marketing) mi parla in modo chiaro - cioè, io so che mente ma so anche quali sono le regole del gioco e dove stanno le possibilità di barare e bluffare, essendo un giocatore anch'io - allora, vabbè, mi posso difendere. E gioco la mia partita. Ma se le parole del potere non stanno nella loro scatola dei giochi con etichetta riconoscibile e se ne vanno in giro, sconfinano e, da contrabbandiere, si mascherano da altro? Se il potere "inquina" sottilmente? Beh, a me sembra che questo sia un evidente indizio che il potere sta cambiando il soggetto attraverso cui manifestarsi, che i bambini sono cresciuti (con dito o senza, con vestito o senza), che dall'Impero stiamo passando ai regni romano-barbarici. I barbari stanno imparando le regole del discorso che dai sofisti, giù giù attraverso Quintiliano e poi i chierici etc etc., porteranno a Carlo Magno, alla schola palatina e alla nuova storica invenzione della lettera carolina che rivoluzionerà la grafia e la scrittura con la sua semplicità. I barbari, appunto, diventano re. (Che, poi, Baricco ... E dove la vogliamo mettere, allora, la televisione italiana con la sua rete alternativa in mano al colosso delle telecomunicazioni che manda avanti una trasmissione di successo come “le invasioni barbariche”? Tout se tient?)

Il problema, allora, dov’è? Il problema è: chi siamo “noi”? L’Impero in decadenza oppure i barbari emergenti? “Io, ho un problema”, scrive Fainberg. Ma il suo problema è il nostro, di tutti noi che abbiamo vissuto la rete, per anni, cercando di non essere nè impero nè barbari ossessi protesi a spron battuto verso la conquista.

Pensando al modello narrativo di Gibbons che parlò della decadenza dell’impero romano e delle sue lotte contro i barbari, Asimov scrisse della Fondazione. Eccoci qui, che parliamo dall’orlo della Fondazione. Da epigoni? Stiamo scrivendo un’elegia, invece che una storia epica?

Il discorso di Fainberg sulla mendacità diffusa delle parole, infatti, è proprio all’epica che rimanda. E al bisogno diffuso di epica che sta caratterizzando i discorsi della nostra società occidentale. I balbettamenti di epica, i sogni di epica. Le parole formulari e orali dell’epica. Perchè è l’epica che racconta “una” e una sola “verità”, che non parla con lingua biforcuta. Che non ti confonde. E’ l’epica che divide il mondo in amici e nemici, in greco-romani e barbari, in veri valori e falsi valori. In Gandalf e Saruman. Ora, Il signore degli anelli è molto di più di quanto dirò ma, in questo contesto, a me colpisce pensare che i due maghi sono due “tecnici” ma che sono loro il “vero” potere politico, non certo i vari re. E mi colpisce anche che, nei film più ancora che nei libri, non esista l'economia: il problema delle risorse e della loro distribuzione è completamente occultato dietro la magia e le formule misteriose abracadabra (tecnologia e parole che evocano, attraggono, seducono, persuadono) che rendono inesauribili e sempre disponibili le risorse.

Il vero pericolo di un discorso epico, che tuttavia è un discorso necessario perchè è un discorso di “fondazione”, e come tale sempre rimpianto e costantemente amato e invocato, è che occulta sempre il discorso delle risorse, il discorso dell’economia. Anche quando sembra mostrartelo. Anche quando, come nelle parole del marketing “evidente e onesto” , si mostra con la sua scatola identificabile. Figuriamoci quanto è pericoloso quando l’occultamento è perfetto: “ dare visibilità al prodotto attraverso la non visibilità del prodotto stesso. Non fa parlare di sé, non richiama l'attenzione attraverso la pubblicità piena e chiara. L'operazione è ancora più sotterranea, subdola”, scrive Fainberg. Il discorso epico è proprio così: subdolo. Esalta il prodotto senza parlarne perchè parla di altro: ad esempio esalta il capitalismo, la tecnologia, la democrazia esportata, la lotta di civiltà buone contro stati-canaglia (ma anche il contrario, non abbiamo mica, noi occidentali, noi “amerikanizzati” nel sapere e nel saper fare, noi imperiali e membri della fondazione, l’esclusiva dell’epica). Noi crediamo che il prodotto sia il film, sia il libro e ci facciamo sopra marketing e pure il blabla virale – funzionale al marketing - successivo: ma il prodotto è quello che, nascosto e abbellito, sta dentro al film, sta dentro al libro. Prima del marketing e alle spalle del marketing sta la struttura marxianamente intesa. Prima della pubblicità e alle spalle di essa sta la propaganda, sta la costruzione ideologica. A volte sta persino un’idea, un concetto, una visione del mondo.

Questa è l’epica, signori, e il suo discorso affascinante e mendace. Che si stia dalla parte dell’Impero o da quella dei barbari. Che si stia fuori o dentro la blogosfera. E la blogosfera è un luogo dove non mancano gli eroi “epici” , più simil-odissei che simil-achilli, direi, a occhio e croce, d’altronde è Odisseo l’eroe della modernità. Anzi, gli iniziatori di questa genia, di questa stirpe eroica, in questo caso “barbari”, l’hanno dichiarato da sempre, il loro amore per il discorso epico. Dentro i libri che hanno scritto e fuori di essi, nella blogosfera.

E c’è anche l’epica degli sconfitti, che adesso va molto, purchè alluda a momenti tragici che però preludono alla vittoria o alla rinascita. Gli Ettore troveranno sempre un Enea e, soprattutto, un Virgilio. E poi un Dante, e poi, un Foscolo. E infine John Huston e Clint Eastwood. C’è chi ha i kamikaze, chi i taliban, e chi gli spartani digitali. Ma mi riferisco anche al ben più spesso, e scomodo, Lettere da Iwo Jima. E, dalle nostre parti, dove a fare epica è sempre stata la chiesa cattolica (d’altronde non c’è epica senza dio, e fra le colpe baricchiche c’è quella di aver tolto gli dei dall’Iliade. Puah!) ci metterei pure Olmi, di cui non tengo molto a vedere il suo controverso Centochiodi: non mi piace la battuta del film che sento circolare sul caffè con un amico che varrebbe più di non so quanti libri. Non credo a questa opposizione, non la condivido questa dicotomia fra le parole scritte e la presunta autenticità delle parole “che mi arrivano da una voce, ... che hanno sempre una cartina di tornasole, per quanto spiegazzata.” Mi piacciono pure, e tanto, il caffè, l’amico e gli sguardi, e mi piace pure l’epica ma non riesco a “ non accorgermene, a “restarne vittima inconsapevole”. Eppure piango sempre se guardo Via col vento. Tutte le volte.

Dal momento che l’epica è fatta proprio di queste opposizioni buono/cattivo, vero/falso, autentico/inautentico, mendace/sincero, le sue parole richiedono, in chi le accoglie, un’identificazione polarizzata, sebbene non esente da qualche slittamento.

Ma se uno non volesse rispondere all’appello e schierarsi di qua o di là? Se uno volesse fare un marketing onesto, chiaro, retoricamente evidente ma, nello stesso tempo, non volesse stare al discorso dell’Impero? Se si sentisse un po’ barbaro (o acheo, o spartano) ma non volesse conquistare Roma o Troia o difendere la democrazia da Gog e Magog?

Untitl.Ed (e non solo lei) sta proprio cavalcando questa contraddizione divaricante. Il suo terreno fondativo sta nella rete, intesa come luogo di una potenza diffusa e policentrica, articolata in tanti differenziati “discorsi”, ciascuno “di uno”, una steppa barbarica, dove si accendono fuochi. Era un posto di tribù, un tempo non tanto lontano, non un luogo statuale e istituzionale. Ora, può una serie di discorsi singoli e pubblici come quelli che caratterizzano chessò, gli tzigani, o gli indiani americani (uh, che tasto che tocco!) essere epica? Certo, se va all’attacco e si impossessa della retorica dell’Impero. Certo, se l’Impero trova che sia conveniente insegnare la retorica ai barbari. Ma: se intorno ai fuochi si continua a parlare solo per raccontarsi secondo una logica intimo-pubblica non imperialistica? Cosa abbiamo allora? Un discorso che chiamiamo più autentico ma che ha toni lirici, elegiaci, oppure toni spezzati, come fili dispersi che si perdono in luoghi carsici e stranieri. Si possono vendere questi fili spezzati? si chiede Untitl.Ed? Si può vendere un film incompiuto? si chiede Fainberg. Certo! Si risponde. Con un ufficio marketing con i controcazzi. Ah, se avessimo Gandalf dalla nostra parte! Ma poi ci si vergogna.

E allora? E allora ci si muove con un pulmino, un po’ da tzigani, appunto, un po’ da nomadi che vendono gioielli battuti a mano. Semplici venditori ambulanti di storie.

Voglio dire: noi tre guidiamo il pulmino e, di piazza in piazza, a volte siamo un laboratorio di fabbricazione e basta, a volte un banchetto di vendita, a volte una semplice vetrina, a volte un carrozzone fermo nella notte in un parcheggio a mangiare bere ballare chiacchierare, a volte facciamo semplice trasporto passeggeri a volte semplice trasporto merci, a volte allestiamo uno spettacolo di attori, a volte ci esibiamo noi, a volte scendiamo e ce ne andiamo a zonzo a piedi a guardare la città. Fermandoci ogni tanto nelle piazze ad ascoltare echi di storie epiche. Che certe volte ci piacciono molto. Soprattutto quando qualcuno che vale diventa re.


Posted on mar 31, 2007 at 06:41PM by Registered Commentercaracaterina | CommentsPost a Comment | References1 Reference

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