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Non-fiction (o diversamente-fiction?)

Ragionare di non-fiction, in Italia? Ci prova Enrico Palandri (su L'Unità del 10 aprile, riportato da gm su Vibrisse), a proposito del libro di Bregola, e tenta di tracciare delle coordinate. In modo interessante secondo me, soprattutto perché parte da Meneghello, Celati e Albinati, cioè mettendo insieme tre autori italiani, non facilmente assimilabili se non sotto questa prospettiva, e dei quali (nonostante venga loro attribuito un certo indiscusso valore), si parla tutto sommato abbastanza poco. Il pretesto è un ragionamento su Davide Bregola e il suo CEDA.

(...)  Il libro di Bregola appartiene a quella che oggi si chiama non-fiction novel, cioè una scrittura che ha stabilito sue regole un po' particolari, fortemente radicata nella nostra letteratura grazie a libri fondamentali scritti da alcuni dei migliori scrittori italiani: Libera nos a Malo, di Luigi Meneghello, oppure molti dei libri di Gianni Celati, Il ritorno di Edoardo Albinati.

Non è semplice tracciare il confine tra narrazioni non fiction e il romanzo. Nella non fiction l’autobiografia (è il caso di Meneghello) è l'unico materiale e la narrazione non si propone o non sente il bisogno di venire traslata su un piano immaginario, metaforico. La non fiction teme il falso, e ha un orecchio finissimo per individuarlo. Il romanzo, come la musica, parla questa lingua dell’invenzione e ha sue regole che ne descrivono il funzionamento e lo mettono in moto. Prima di tutto la perturbazione, come si chiama in narratologia. Dobbiamo avere cioè un evento che disturbi, metta in crisi l’ordine di un mondo. Il dramma è il panorama sociale (anche quello descritto da Bregola) ma aperto, movimentato da qualcosa che costringe i personaggi ad agire e in questo modo indaga ciò che rende universalmente umani: la responsabilità morale, l’atteggiamento di fronte alla morte o l’amore. Ne fa dei personaggi, dei protagonisti.

A questa ipotesi di narrazione reagisce Celati con un racconto sempre corale, proprio per non dover contrapporre protagonisti e comprimari, anche a costo di non mettere mai dunque i suoi personaggi a questioni che li costringerebbero a qualche titanismo.

Dove questa crisi non interviene, siamo nel territorio della non fiction, e Bregola appartiene a questo ambito. Il mondo viene descritto, interrogato, ma non c'è un evento che crei il dramma. La più grande forza di questo genere di scrittura è stilistica e anche Bregola scrive in modo accattivante, restituendo una lingua familiare a chi conosce la pianura padana. Un’epica senza Orlando e senza avventure, fatta soprattutto di una grande qualità terrena degli emiliani, quella capacità di far scendere chiunque dal pero, con una ironia che costeggia i grandi temi della letteratura. Si prova simpatia per gli ambienti che lui descrive e le persone che si incontrano nel libro.

 

Ma, per quanto interessa particolarmente noi (e quindi allontanandoci da Bregola, che dichiaratamente non è uno scrittore di rete in senso stretto): la rete non è forse il luogo con la maggior quantità di scrittura non-fiction che sia dato trovare? la rete così com'è, dico? ed è davvero alla fiction che la scrittura di un blogger dovrebbe riduttivamente tendere, piegarsi, nel momento in cui va ad estendersi in un libro? o non piuttosto dovrebbe cercare di rinforzare la sua caratteristica più peculiare? Oppure (visto che siamo italiani e, come giustamente rilevava caracaterina, non siamo proprio culturalmente portati a intendere il termine fiction come semplice "finzione", ma cerchiamo di attribuirgli sempre altri e più complessi e anche merceologici significati): chi scrive in rete non dovrebbe cercare di dar corpo a una narrazione che, se non proprio non-fiction  in senso letterale, sia almeno diversamente fiction?

Palmasco, che si è sempre interessato a questo tipo di letteratura, tre anni fa provò a parlarne nel suo vecchio blog, situando in qualche modo la scrittura "à la blogger" proprio all'interno di quell'area di riferimento, e riportando anche un utile link (che qui cambio perché il vecchio url non è più attivo):

Sono un lettore curioso e attento di un genere di scrittura che in America chiamano "creative non fiction". C'è un rivista che se ne occupa in particolare, in parte si può leggere anche in rete, si chiama ovviamente Creative non fiction . Il direttore fa un gran lavoro di definizione e di aggiornamento delle regole del genere, nella sua introduzione ad ogni numero quadrimestrale. Una delle storie che ho letto su cnf, tra l'altro in rete ha come tema la corsa il pensiero e la scrittura. E' scritta bene e racconta una storia interessante, oltre ad avere molti spunti in comune con un'intera sezione di questo mio blog, che tratta gli stessi temi. 

 

 
 
Posted on lug 20, 2006 at 11:20AM by Registered Commenteruntitled io | Comments Off

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