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...e quindi, come andò?

 

bonardi500.jpg

da Alice: 


 Come andò? Direi bene, anzi benissimo.
Fran era addetto alle vendite, Lo al rovesc..alla disposizione del cibo, Emme alla macchina fotografica, la vicina alla telecamera, una bambina ai ritratti, un’amica alle luci (che si trovavano in uno stanzino segreto), Gianfelice dietro al leggio, le bottigliette d’acqua Spa blu sul nostro tavolo ma senza bicchieri, Demetrio al mio fianco in una tranquillità pazzesca e fece sorridere più volte il folto pubblico femminile, i termosifoni verniciati pochi minuti prima senza cartello e il color salmone della pittura sulle maniche della mia giacca di fintapelle, molte persone che ci fecero molte domande e a me alla fine scappava la pipì ma non potevo dire torno subito, poi non mi ricordai il titolo del mio racconto che doveva essere letto, questo a O. tra le 8 e mezzanotte, in una giornata invernale, però verso le 9 sbucò il sole: un rettangolo sul nostro tavolo e negli occhi per venti minuti.
Ad Amsterdam, invece, pareva che non ci fosse nessuno, a parte una vecchia signora olandese che è presente a tutte le manifestazioni italiane, e invece arrivarono un po’ in ritardo, una addirittura da Rotterdam, io ero molto più tranquilla rispetto a O., Demi si rubò la sedia morbida e lasciò a me quella rigida, Marino disse delle cose bellissime su di noi e sull’Untitled, io m’ero scritta tutto quello che dovevo dire ma dissi altro, Marino ci portò dei libri a D. e a me, e un Tex a Lo che ad un certo punto fece un sospiro profondissimo, io comprai Il giorno della civetta, non capisco perché non abbia mai letto Sciascia, poi andammo a mangiare una pizza al centro, in un locale scuro, e un editore olandese, con un cognome che in italiano suona un po’ strano, ci spiegò le regole per stampare un libro e si parlò anche di altro, dopo avrei camminato volentieri verso il Dam, ma una pioggia noiosa ci costrinse a girare in auto, poi quando Demetrio è partito ieri m’è dispiaciuto un po’. Comunque la mattina l’avevo portato a guardare il mare.
 

(preso al volo dal suo blog, qui

...e da demetrio:

L’aeroporto è praticamente infilato tra una grigia pianura e un cielo grigio. Sta lì in equilibrio che ti chiedi come non si stacchi da terra per il vento che tira. Ti sei fatto un giro ad Amsterdam e hai visitato il museo di Van Gogh. Sinceramente ti aspettavi qualcosa in più. Non sai bene cosa, ma qualcosa: cioè i quadri, quei quadri che hai sempre visto sui libri, e che ti sembravano fortissimi sono dal vivo meno potenti e turbanti delle loro riproduzioni su carta.
Sarà che hai negli occhi il mare, un mare marrone e nerastro, che non ha niente a che vedere con il tuo. Il vento che porta via la sabbia, e le nuvole rapide sembra che ci cadano a picco. Mentre guardi tutto questo sei contento di non aver la digitale dietro, perché ti sarebbe venuta voglia di fare delle foto e mo’ dovresti mostrarle; e quello che hai scritto non sarebbe più vero.
Perché tu hai detto che il mare è marrone al più nerastro, ma sono colori che tu vedi e forse non esistono come non esiste il mare o come non esistono i quadri di Van Gogh o se esistono sono tali solo sulla carta patinata delle riviste non appesi ai muri.
L’aeroporto è aperto e ti siedi ad aspettare il tuo imbarco, hai due ore di tempo e guardi fuori questa nuvolaglia grigiastra che va e viene rapida con scrosci improvvisi di pioggia, quasi furibondi temporali, e poi spicchi di luce opaca. Stiamo tutti lì seduti ognuno con il suo souvenir in mano: io mi sono deciso per i bulbi dei tulipani. Molti hanno una borsa con sopra il logo del museo di Van Gogh, la cosa mi convince di un fatto: lui era un pittore da stampe.
Siamo lì, mancano due ore all’imbarco, io leggo un libro, Kertez Kaddish ad un bambino mai nato, l’autore ungherese dice una cosa del genere: che il male ha sempre una ragione, è qualcosa di comprensibile, mentre il bene – scrive – è veramente un fatto che sfugge alla nostra comprensione.
Un po’ come il mare, dicevo io; un po’ come la pittura di Van Gogh, mi continuavo a dire io.
Poi sul monitor appare una strana scritta sotto il nostro volo, che dice la partenza è posticipata di due ore. La gente, nessuno la prende bene, anche se siamo qui con questo spettacolo di cielo cangiante che fa di tutto per non essere come un attimo prima, la gente e anche io si vorrebbe tornare a casa.
Vado alle informazioni con il mio inglisc
Schiusmi, dico io.
Ello, dice la ragazza piuttosto carina.
Mai flait es bin dilaited at terti past nain, its de flait for Torino.
Ies, dice olandesina, ior flait es bin delaited bai tu auars.
In Itali, rifaccio io sudatissimo, uen samting, maibi a trein a bas or an act, uas dilaited, its veri isi det dis ting uoas cancelled.
Ui are not in itali, fa lei sorridente, as u can si.
Its tru, riprendo io, end ai ope det its tru.
Torno nel mio posto e mi seggo, viene uno a chiedermi. Cosa hanno detto, fa, io gli rispondo niente che c’è ritardo e che partiamo tra due ore. Bene dice lui e se ne ritorna vicino alla moglie. Io continuo a leggere, anche se mi prende in insana paura, che veramente il volo non ci sia più.
Verso le otto non ci sono ancora notizie di nessun genere, verso le otto e mezza, la scritta che sosteneva che il nostro aereo sarebbe partito con 2 ore di ritardo (diventate ora solo una) viene cancellata. Disappunto, paura. Si va nuovamente all’ufficio informazioni, la persona con cui parlo è diversa.
Gud afternun, mai flait for Torino ed tu start ad terti past nain, bat…, e qui mi fermo, perché non viene la parola: il concetto sarebbe che sul monitor non c’è più l’annuncio di questo ritardo e a me è venuta una sorta di angoscia di rimanere qui in questo limbo screziato di pioggia e vento. Bellissimo come un purgatorio dantesco, ma pur sempre estraneo. Provo con dei gesti. La tipa capisce. No problem, ior flait startz, if deris somting niu ui inform ol de passengerz.
Quello che penso, mentre torno al gheite è, ora sono quasi le nove, l’imbarco è previsto per le 9.05 mo’ arrivo e vedo l’aereo. Intanto il cielo è ancora di un grigio chiaro, perché qui la luce è un’ipotesi lunghissima. Stupefatto da questo cielo, che sembra il mare visto sabato, ma capovolto, non mi accorgo che l’aereo non c’è, che il volo è stato cancellato e che è stato sostituito con un altro la cui destinazione è florenz. La partenza è prevista per le 22.15
Torno all’ufficio informazioni: questa volta a parlarmi è un uomo con i baffi, piuttosto alto e nervoso. Schiusmi, dico, aim de passanger of de flait XXXX for Torino, de flait as bin cancelled, as ai si et de scrin ai mast go tu florenz ?
Ies, mi fa lui, uen iu arraive in florenz iu teich a bus for Torino.
Bat so, faccio io, ai arraiv in mai siti det is mornin, ai ed tu go tu uorch…
Sorri, fa lui, bat detis de onli soluscion.
De onli uan, dico io.
Ies fa lui.
Così partiamo alle 23.00 da Amsterdam e atterriamo all’una meno un quarto a Firenze, siamo imbarcati sul bus che ci porterà a Torino intorno all’una e 20.
Alle sei meno un quarto vedo la mia città alzarsi dal sonno, vedo il Po, le vie addormentate, e il silenzio delle finestre chiuse.
Sul pullman ho dormito, arrivo a casa mi faccio una doccia e vengo a lavoro.
Sul bus prima di addormentarmi una persona mi chiede perché ero andato ad Amsterdam.
Sono uno scrittore, a lui glielo posso dire penso, tanto non lo vedrò mai più, e sono andato a presentare il mio romanzo.
Bella sfiga… dice lui
Cosa?
Insomma già sei venuto ad Amsterdam a parlare di libri, e poi ti è toccata tutta questa odissea.
Poi si gira dall’altra parte, anche lui come me a dormire.
 
Posted on mag 22, 2006 at 12:37PM by Registered Commenteruntitled io in , | Comments Off

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