La relazione di Roberta
da Roberta: una "relazione" (dopo il convegno di Foggia)
(anche su booksbrothers)
scrivereparlare
Qualche cosa è accaduto. Silenziosamente. Negli anni. Non da un momento all’altro. Gradualmente. Da quando la scrittura non ha più un posto fisso, inscatolato inscatolabile in questo o quell’altro settore. Scrivere un diario, un romanzo, una poesia, una lettera, un telegramma, un articolo di cronaca sportiva - nera - rosa che sia, una perizia, un saggio…
Da quando digitare non è semplicemente l’azione che sostituisce quella di battere forte i tasti della macchina da scrivere. Da quando il gesto, scrivere appunto, si è infiltrato in ogni azione del nostro vivere.
Di tante cose importanti fatte e dette il 1° dicembre 2006 a Foggia al convegno “Le tribù dei blog”, a cura della associazione culturale Books Brothers, una intera giornata dedicata alla scrittura on line, ai blog, a tutti i significati che questo nome comune può contenere, di tutte le cose dette ce n’è una che ritorna: il concetto di scrivereparlare.
Le scritture, in rete, come voci. Certe risuonano più efficaci, forti, o nuove. Più significative di altre.
Da qui, anche, nasce l’idea audace e insolita di chiedere esplicitamente a queste voci di scrivere un libro, un libro vero, se per vero si intende quella cosa fatta di pagine da sfogliare con le mani. Questo è Untitl.Ed (untitlededitori.com), una particolare casa editrice che “commissiona” i suoi libri a blogger ascoltati in rete. Notati e apprezzati per le loro voci.
Scrivereparlare, allora.
Non solo blogger. Noi tutti lo facciamo di continuo più o meno inconsapevolmente, con sms, e e-mail. Ogni giorno, ogni momento. Non è parlare. Non è neanche scrivere. È più vicino al pensiero nel momento in cui questo si forma nell’animo. È più poetico, più esile, più trasparente della scrittura; ha il respiro, la timidezza, la discrezione, il coraggio della voce. Al posto della punteggiatura ha pause vere. Ha il fremito della calligrafia, è una scrittura più vicina a pennino e fogli macchiati di inchiostro, che a tastiera e monitor.
La rete straborda di diari on line. Al convegno se ne è parlato. Di tale abbondanza. Di quanto sia facile e rapido inventare un blog. Molto rapido. Molto o troppo?
Si è detto pure che i blog diaristici non hanno più grande presa, non basta possedere un bel quaderno per scriverci dentro, ogni giorno. Bisogna che ci siano dei contenuti, ogni giorno. Altrimenti il blog ha vita breve. Tanti ne nascono, altri e tanti si sperdono. Finiscono. Una morte fisiologica.
I tanti ragazzi del primo atto del convegno, quello che si è svolto all’Istituto Pascal al mattino, certi chiassosi, altri attenti, hanno ascoltato. Hanno capito.
La cosa è stata ripresa in maniera più approfondita anche il pomeriggio, nell’Auditorium della Biblioteca.
Un blog, inteso solo come diario in rete, non basta. Ci vuole un’anima di ferro dentro, morbida malleabile, ma di ferro. Altrimenti si perde il senso.
È sminuente fare di un blog il luogo di una esigenza personale di sfogo, guardarsi in corpo, raccontarsi, perdersi dentro di sé, ripiegarsi su stessi, spiare e spiarsi, inevitabilmente estinguersi.
Alcuni hanno sostenuto questo.
Altri no.
Altri hanno raccontato, un racconto credibile, di come il diario in rete abbia quelle stesse caratteristiche, forza e fragilità, di questo che stiamo chiamando scrivereparlare.
Chi scrive un diario lo fa per sé, non perché venga letto. O meglio, a questo siamo abituati.
Non così in rete.
Eravamo abituati a pensare al diario come a qualcosa che si porta sempre appresso, o si tiene sottochiave, il taccuino di Chatwin dove cristallizzare pezzi di vita, come un fermo immagine: pensieri, timori, domande. Le cose che ci riguardano. Non solo sentimenti. I sentimenti sono una fetta di esistenza. Una chiave di lettura dell’esistenza. Eppure ci sono grandi diari, che raccontano di grandi sentimenti, e di grandi esperienze. Ci sono trattati di arte, letteratura, scienza, guerre, morte, viaggi, scoperte, che sono diari.
Il diario - il sentimento che dentro ci capita - non è necessariamente un avvitarsi dentro il proprio ombelico. Non è così, e non lo era. Il diario, come il blog, è un nome comune; significa niente o tutto, è un contenitore grande o piccolo, diventa prezioso, importante, unico, scadente, inutile a seconda di quello che dentro ci metti.
Questo è.
Nel blog diaristico c’è ancora un passaggio in più.
Si scrive un diario perché venga captato in rete e letto.
Perché ci siano dei commenti, delle risposte, perché ci sia compagnia, scambio, scontro, dialogo.
Nessun diario, tradizionalmente inteso, prevede questo. O forse sì. Lo vorrebbe, solo che nessuno lo ha mai messo in conto. Non si poteva, col quaderno di Chatwin.
Chi tiene un diario spesso scrivedice cose che a voce non direbbe, non a qualcuno in particolare; spesso se hai una persona a cui affidare una particolare cosa, è meno urgente (necessario) mettere la stessa cosa per iscritto. Il diario, sempre tradizionalmente inteso, non ha interlocutori. Quella pagina scritta in quel momento non ha voce, non ha orecchie che ascoltino. Ma scrivere è lasciare una traccia. Le tracce non si perdono. Il desiderio di essere scovati, e letti, conservati, tramandati, contaminati, condivisi, c’è sempre da qualche parte in chi scrive. Anche in un diario.
Con il blog il registro cambia. Cambiano tempi e modi. Non c’è un volto, non c’è un nome, o c’è un nome altro che ti permette di essere come vuoi, che non tiene conto della realtà. C’è una voce che sussurra o grida. E ci sono orecchie che ascoltano, tante. Perché tanti sono gli interlocutori. Quanti ne vuoi.
Un blog che funziona è un blog visitato da varie persone, tante voci, tante risposte, scambi multipli. Scrivere un diario in rete presuppone la necessità – il desiderio - e la consapevolezza di essere letti.
Queste voci on line posseggono l’autenticità del diario e il filtro dell’anonimato, il calore della vita vera e la distanza della pagina, l’intimità della poesia e il rigore della comunicazione di servizio, il tremore della parola sussurrata e l’audacia della parola scritta.
Non assomiglia al parlare perché non c’è sguardo, sorrisi o lacrime, non assomiglia alla scrittura perché ri-suona pieno, non muto.
Col blog ci fai quello che ti serve, e quello che ti piace, come le donne de I monologhi della Varechina.
Ci scrivi di letteratura (booksbrothers.it; musicaos.it; scritturacreativa.ilcannocchiale.it; nazioneindiana.it; vertigine.clarence.it; bookblog.it); condividi i testi che ami, come rileggerne delle pagine ad alta voce, per qualcuno (botteghecolrcannella.splinder.com).
Ci scrivi cose che ti riguardano da vicino (blog.libero.it/cultblog), riguardano soltanto te, o di importanza universale.
Ci fai una rivista letteraria vera vera che invece di pubblicarla la lanci in rete (famlibri.it); lo fai diventare un ponte, luogo di passaggio per arrivare a pubblicare veramente (untitled.ed; vibrisselibri.net), con la carta, con il titolo o senza titolo, con il nome o senza nome.
Ci fai uno strumento didattico (gessoelavagna.splinder.com), un gioco serio tra docente e allievi per esempio, improvvisamente più vicini, più simili, bestie della stessa specie.
E ancora. Tutto.
Probabilmente chi legge questo pezzo sa di blog molto più di me.
O ne sa niente, e perciò non lo troverà esplicativo di molto.
Altri saranno stati presenti al convegno del 1° dicembre a Foggia, o a vari altri raduni chissà dove.
È stata un’occasione, qui. Ce ne saranno altre.
a cose fatte, mi rimane un retrogusto buono, la voglia di continuare a fare, con rigore, meglio che si può
da questa terra nostra un po’ lontana dimenticata dal mondo
mi rimane un senso importante dentro, in particolare di alcune cose dette al convegno e fuori convegno
alla prossima...
Foggia, 5 dicembre 2006
ROBERTA JARUSSI
(altre foto del convegno qui. Tutte scattate da Zabbio. Come quella di Salvatore qui nel post)

