Casa e bottega
E' da tanto che sto intorno al tema casa-e-bottega, che è la mia versione, non divergente, non estraniante ma co-involgente il discorso di Anna su intimo-pubblico in rete. Non mi esce niente di particolarmente sensato da scrivere ma cose così, a spizzichi e bocconi. A seconda degli stimoli. Ora è tornato fuori quel tema, quell'intimo-pubblico (che non è intimo-intimo o pubblico-pubblico) a partire dalla tua frase:"per me forse è semplicemente più difficile che per voi separare i due piani, quello personale e quello lavorativo. Per me sono strettamente legati, fanno corpo unico".
Pensa che ho un lavoro in cui separare con chiarezza i due piani è sempre stato praticamente impossibile. Pensa che ho colleghi che proprio non sanno nemmeno cosa significa separarli e altri, invece, che li tengono così separati e che, praticamente, si fanno le loro 18 ore 18 in classe più le riunioni dove non hanno gran peso. A me mettono molto a disagio i primi, quelli che SONO insegnanti fin nel midollo e sempre (te ne accorgi subito di loro, anche in rete) ma è più l''atteggiamento dei secondi che ha ricadute negative proprio sul lavoro. A scuola, in questo mondo dove il lavoro è davvero immateriale (cosa produciamo? quali sono i veri attrezzi di lavoro se non quasi esclusivamente le parole -anche per chi insegna chimica o elettronica direttamente in laboratorio- e le relazioni umane?) la compresenza di intimo-pubblico (casa e bottega, piano personale e piano lavorativo al cospetto della "gente") è sostanziale. Tu sei il tuo corpo e il tuo corpo sono le tue parole. Tu "vendi" concetti (devi farli accettare, imparare, "acquisire") e in quella vendita, vendi te stessa. La cosa è ancora più complicata perchè quei concetti non sono tuoi, eppure, più li fai tuoi più riesci a venderli. Ma farli tuoi non può significare identificarti con le parole che "vendi", nè quelle di Dante, per dire il mio caso, nè quelle del critico che ha messo insieme il manuale su cui fai studiare, e che, a sua volta, scrive per la "scuola", ovvero per un'istituzione, in cui tu lavori con modalità intimo-pubbliche ma che non è te. Non puoi codificare questa compresenza, che è insieme dislocazione, ogni trattato di docimologia, ogni teoria pedagogica o psicologica, ogni teorizzazione linguistica o di scienza delle comunicazioni non è mai sufficiente, lascia sempre fuori uno scarto. Non la puoi soppesare questa compresenza, non la puoi valutare sensatamente e calcolatamente in termini di denaro. Sai che è così e la faccenda ti produce un sacco di contraddizioni e disagi e malesseri sia all'esterno (lo stipendio di un insegnante come lo calcoli "davvero"? e il suo ruolo sociale è di conservazione o di trasformazione? e, in entrambi i casi, quale incidenza ha?) sia nella tua vita in cui i tempi, le energie le relazioni sono tutte articolate intorno a questo lavoro. Da sempre io non penso allo scorrere del tempo in termini di anni solari ma di anni scolastici, ad esempio.
Pensa che ho un lavoro in cui separare con chiarezza i due piani è sempre stato praticamente impossibile. Pensa che ho colleghi che proprio non sanno nemmeno cosa significa separarli e altri, invece, che li tengono così separati e che, praticamente, si fanno le loro 18 ore 18 in classe più le riunioni dove non hanno gran peso. A me mettono molto a disagio i primi, quelli che SONO insegnanti fin nel midollo e sempre (te ne accorgi subito di loro, anche in rete) ma è più l''atteggiamento dei secondi che ha ricadute negative proprio sul lavoro. A scuola, in questo mondo dove il lavoro è davvero immateriale (cosa produciamo? quali sono i veri attrezzi di lavoro se non quasi esclusivamente le parole -anche per chi insegna chimica o elettronica direttamente in laboratorio- e le relazioni umane?) la compresenza di intimo-pubblico (casa e bottega, piano personale e piano lavorativo al cospetto della "gente") è sostanziale. Tu sei il tuo corpo e il tuo corpo sono le tue parole. Tu "vendi" concetti (devi farli accettare, imparare, "acquisire") e in quella vendita, vendi te stessa. La cosa è ancora più complicata perchè quei concetti non sono tuoi, eppure, più li fai tuoi più riesci a venderli. Ma farli tuoi non può significare identificarti con le parole che "vendi", nè quelle di Dante, per dire il mio caso, nè quelle del critico che ha messo insieme il manuale su cui fai studiare, e che, a sua volta, scrive per la "scuola", ovvero per un'istituzione, in cui tu lavori con modalità intimo-pubbliche ma che non è te. Non puoi codificare questa compresenza, che è insieme dislocazione, ogni trattato di docimologia, ogni teoria pedagogica o psicologica, ogni teorizzazione linguistica o di scienza delle comunicazioni non è mai sufficiente, lascia sempre fuori uno scarto. Non la puoi soppesare questa compresenza, non la puoi valutare sensatamente e calcolatamente in termini di denaro. Sai che è così e la faccenda ti produce un sacco di contraddizioni e disagi e malesseri sia all'esterno (lo stipendio di un insegnante come lo calcoli "davvero"? e il suo ruolo sociale è di conservazione o di trasformazione? e, in entrambi i casi, quale incidenza ha?) sia nella tua vita in cui i tempi, le energie le relazioni sono tutte articolate intorno a questo lavoro. Da sempre io non penso allo scorrere del tempo in termini di anni solari ma di anni scolastici, ad esempio.
In più, a complicare il tutto, è un lavoro dipendente, però, non un lavoro in proprio casa- e-bottega. E' un lavoro in cui l'intimo-pubblico si svolge in un luogo che non è la tua casa, come per l'artigiano ma, addirittura in un posto che ha le caratteristiche del non-luogo, perchè è il posto di una collettività transitante, mutante, che si incontra per una parte della giornata e del suo tempo di vita, come in una grande stazione o un autogrill. Ha molte delle caratteristiche della rete, perciò. E ha molte delle caratteristiche di questo nostro lavoro editoriale in rete e fuori. Visto questo continuo straniamento, l'unica cosa che garantisce una discreta efficacia "comunicativa", che NON è la Comunicazione come la insegnano nei manuali o nei corsi di formazione (vedi supra et infra) ma, invece, vuol dire una buona relazione interpersonale, quell'intesa di cui parlava Anna, è essere sempre molto presenti a se stessi per poter essere sempre intimi-pubblici: nè separati, scissi, nè sovrapposti, incorporati indistintamente con sovrapposizioni intimo-pubblico che creano cortocircuiti, come capita spesso di vedere nei blog o nei forum.
Boh, adesso sono a scuola, ad esempio.
Mi sono collegata perchè avevo un poco di tempo e mi sono lasciata prendere. Ma sento che, anche adesso, non sono andata fuori tema.
Il problema, in altri termini, non è solo la comunicazione, fra noi o fra Untitl.Ed e terzi, ma è questa condizione dislocata, distorcente eppure vivissima che è la relazione umana nell'ambito di un lavoro che è fatto di "vendita" ma non è traducibile in mero e calcolabile valore di mercato e svolto in un non-luogo come la rete.
Boh, adesso sono a scuola, ad esempio.
Mi sono collegata perchè avevo un poco di tempo e mi sono lasciata prendere. Ma sento che, anche adesso, non sono andata fuori tema.
Il problema, in altri termini, non è solo la comunicazione, fra noi o fra Untitl.Ed e terzi, ma è questa condizione dislocata, distorcente eppure vivissima che è la relazione umana nell'ambito di un lavoro che è fatto di "vendita" ma non è traducibile in mero e calcolabile valore di mercato e svolto in un non-luogo come la rete.
