Gli sconosciuti
Siccome era andata a fuoco la locomotiva del treno che avrei dovuto prendere, ho aspettato cinque ore sotto un ombrellone rosso al bar della stazione. Lo stesso ombrellone dove poi avrei incontrato degli sconosciuti qualche giorno dopo.
C’è qualcuno seduto sotto l’ombrellone.
Sono loro, ne sono certa.
Sì, sono loro.
E adesso?
E adesso dobbiamo raggiungere quel paese sulle colline.
E' una costruzione bizzarra, artificiale, dipinta di recente, da cui si affaccia un tedesco entusiasta, l’agriturismo in cui dormiremo.
La porta è aperta, dice. Scendo subito.
E ora?
Ora, M. se ne va.
E noi cerchiamo un posto per mangiare. Forse era meglio se tornavo a casa, cioè se rimanevo solo a cena.
Non mi scoccerò di stare tutte quelle ore con qualcuno che non ho mai visto prima? P. è proprio come tutti i paesi toscani, senza turisti però, e a mezzanotte per le vie c’è l’eco, al bar del tennis non vendono il tamarindo, ma si trova la cedrata, quella dal bel colore tra il giallo e il verde e D. ci fa ridere con le sue storie e Caracaterina è proprio come il suo blog, non come il titolo, eh, come i ragionamenti che ci sono dentro, e Anna è come la voce del telefono e le frasi sullo sfondo verde pallido. E quelle che sono assenti compaiono in delle fotografie in bianco e nero e per il momento tacciono, ma se proprio le fissi bene quelle immagini ecco che dicono: siamo da un’altra parte per adesso, ma quando ci saremo...
Ai margini, qualcuno dietro qualcosa ci osserva.
Guardo solo una volta per ritrovarmi minuscola e senza particolari, per fortuna.
Mentre scrivo sta per arrivare una tempesta, accidenti come si può scrivere di quel giorno con un cielo di questo colore? Fosse novembre, ma è il 19 agosto! E’ il tempo atmosferico che m’infastidisce o il mese in cui avviene, un mese sbagliato per una pioggia dirompente? Ah la pioggia, la pioggia violenta mi piace, ma mi fa perdere il filo di quella notte di fine luglio, ah sì, ecco, la mattina, penso alla mattina, abbiamo fatto colazione vicino a un pozzo, un pozzo chiuso, in cui non si poteva vedere la luna, ma c’era quella notte la luna? Non me la ricordo. Mi sa che non l’ho mai guardato il cielo, Anna cercava il fiume, c’era un fiume vicino al posto dove abbiamo dormito e quando siamo tornati alla stazione il giorno dopo, nell’auto del tedesco che si era affacciato alla finestra, D. e io, chissà se lui, D. intendo, ha avuto paura? Mica guidava tanto bene quel signore. Eravamo in ritardo per il treno, D. lo avrebbe perso di sicuro e allora lui accelerava a scatti, nervoso o ottimista a seconda delle macchine che aveva davanti, speriamo di arrivare in tempo ma non lo so diceva con accento tedesco, ma da quant’è che abiti in toscana? chiedevo, speriamo di arrivare, pensavo, uh, da oltre vent’anni, allora le strade le conosce, sa dove sono le curve, è fatta solo di curve questa strada, arriviamo un quarto d’ora dopo, il treno non è passato, non c’è nessun incendio di locomotive questa volta, solo un fortunato ritardo.
(inviato da A.)
(la stessa giornata, raccontata da un altro punto di vista, qui)
