« Quello che ha appena finito | Main | Azioni »

Questione di prospettive

Le settimane del giardino, sottotitolo Un circolo di lettori, è un romanzo smilzo scritto da Juan Goytisolo nel ’97 e pubblicato da Einaudi nel 2004. Mi era stato consigliato da un amico fidato, con il senno di poi l’ho interpretato come una sorta di sprone a suon di metafora. C’è qualcosa in questo libro che mi ha suggerito un’allegoria riguardo alla metaletteratura, o dei suoi risvolti infiniti. Vi spiego, o almeno ci provo.

So di giocare con il fuoco, e che certe cose è insensato pensarle, figuriamoci dirle. Figuriamoci scriverle. Per questo lo faccio.

In questo libro, Juan Goytisolo si inventa un circolo di 28 lettori-narratori (ventotto, come le lettere dell’alfabeto arabo, rimando sottile a una certa atmosfera da mille e una notte, il racconto infinito, romanzo partorito da voci), riunitosi nell’arco di tre settimane per ricostruire la vita del fantomatico poeta Eusebio. Di Eusebio si sa solo che fu poeta avanguardista e omosessuale in Spagna durante gli anni della guerra civile e perciò perseguitato. Sconosciuto García Lorca che, diversamente da questo, si salva, sopravvive. Ma come?

Di Eusebio ci è dato sapere solamente quello che i ventotto alter ego di Goytisolo ci raccontano. Ognuno di questi coautori è parzialmente onnisciente, conosce una porzione di realtà, a volte complementare, più spesso antitetica alle altre. Di Eusebio per certo sappiamo che venne arrestato a Melilla dai falangisti. C’è chi sostiene che riuscì a fuggire in Marocco e che qui si ricostruì una vita sotto falso nome (dietro il quale si cela un personaggio dalle mille contraddittorie sfaccettature), chi è sicuro che venne internato in un ospedale psichiatrico, sottoposto a elettroshock e rieducato, secondo i dettami franchisti. Ciò che deriva da questo gioco narrativo, una sorta di narrazione a scatole cinesi, è una strana tipologia di ipertesto, polifonico, sottoposto a continui ampliamenti e a modifiche, ma dove in realtà tutto è finzione estrema, autoalimentante e autoreferenziale, cannibale oserei dire, anche l’ipertestualità stessa.

L’autore si fa beffe di sé e del suo ruolo, nascondendosi dietro il circolo dei ventotto lettori: non produce il testo, è il testo in qualche modo a produrre lui. Goytisolo è il metalettore dei propri personaggi, questi conoscono solo una versione parcellizzata della realtà e sono in grado di raccontarla da un unico punto di vista, Eusebio non è nient’altro che un pretesto, la creatura di cui essi si appropriano, sbranandolo, riducendolo a pezzetti, composto e ricomposto, novello Frankenstein sfuggito di mano al suo stesso creatore.

Ecco.

Il metaromanzo non è altro che il romanzo che gioca con se stesso. Ho pensato questo. Che si fa beffe di se stesso. Che si fa beffe della realtà. E che la realtà è impossibile da fissare, priva di centro, decentrata. E che la verità forse è una, ma le realtà sono di più; per questo sconcertano, frastornano e io - lo riscopro ora - trovo sia immensamente più rassicurante così.
E che, per questo e in tutta onestà, il meglio che possiamo fare è anche il meno che possiamo fare: dare un contributo parziale. Perché non può che essere tale il contributo del singolo, fottendosene della visione globale, globalizzata, globalizzante, inglobante, quella che ha velleità di essere tutto e che del tutto è solo una ridicola caricatura.

Ognuno poi ne tragga le conclusioni che preferisce.

Io so solo che il profilo è la prospettiva in cui l’arte caricaturale rifulge al meglio e che così si disegnavano gli Egiziani e che Gesù di profilo solitamente non veniva dipinto perché quella era la prospettiva dedicata a Giuda. E tante altre cose ancora, ma s’è fatta una certa.

Posted on mag 18, 2005 at 11:52PM by Registered Commenterfainberg | Comments Off

PrintView Printer Friendly Version