(visto che ho tempo, vado per funghi)
(dal blog della Lipperini)
... ora, mi pare che ci sia bisogno di "metterla giu' dura" e cominciare davvero a mettere i paletti - dove decidetelo voi - su queste lunghissime argomentazioni sull'industria culturale.
Visto che l'editoria in senso moderno in Italia ha almeno 60 anni, ci possiamo permettere uno sguardo all'indietro: a me pare, obiettivamente, che la letteratura che conta di questo Paese, quella di Vittorini, Pavese, Levi ,Meneghello, Calvino, Moravia etc etc... - è inutile fare elenchi tanto ci siamo capiti - persino Satta e D'Arrigo..!.., è stata pubblicata da medio-grandi editori. Insomma, NON E' LA PICCOLA PICCOLA EDITORIA AD AVERCI CONSEGNATO LA NOSTRA CULTURA PIU' SOLIDA.
Questo perché, com'è noto, il genere romanzesco in questo Paese è stato a lungo considerato un genere di minore diginità, anche a dispetto di chi, come Manzoni, D'Annunzio e Verga, aveva già dato grandi dimostrazioni nell'Ottocento/inizio Novecento. Il primato della lirica, della scrittura elegante, degli elzeviri sulla "terza", passava proprio per alcune gerarchie che furono spazzate via dagli EDITORI e non dagli scrittori più in voga e capaci di quel periodo. Furono I GRANDI EDITORI a spingere per il romanzo, genere moderno per eccellenza, perché ne intuirono le enormi potenzialità - anche in termini di profitti, ovvio - favorendone la pubblicazione, inaugurando una "moda" - che allora poteva passare per commerciale, brutale - che prese di contropiede l'ufficialità letteraria, spesso rifugiatasi proprio nelle paginette degli editori preziosi, delle collane d'elite.
I grandi editori, in questo paese, ci hanno dato l'unica letteratura moderna che abbiamo. Quindi, secondo me, la funzione della piccola editoria, alla luce della storia della letteratura italiana del '900, ne esce MOLTO RIDIMENSIONATA.
Voi cosa ne pensate..?
Postato da marco v il 2005-04-30 14:15:43.0
Fondamentalmente sono d'accordo. Ma a questo commento manca una contestualizzazione storico-economico-sociale. Così come il commento è riportato qui, manca il fatto che TUTTA la trasformazione italiana è stata opera del grande capitale, quello in mano a poche grandi famiglie che avevano avuto origine nell'Italia liberale ancora all'epoca di Giolitti. Lasciando perdere l'ideologia e guardando ai fatti economici, se avessimo dovuto sostenere il nostro artigianato non avremmo avuto il boom economico e basta. Non avremmo avuto l'industria tout court, e quindi non avremmo avuto l'industria culturale. Il fatto che fossero famiglie di grande cultura li portò a investire anche nella cultura. Dicono niente i nomi di Einaudi e Olivetti? Ma l'abbraccio virtuoso è finito, direi fin dagli anni '70 (non è questione di anni di piombo, è questione di crisi internazionale, la famosa crisi petrolifera ve la ricordate?) che ha richiesto una riconversione mondiale dell'industria. Proprio nel momento in cui gli italiani avrebbero finalmente potuto leggere in massa (perchè finalmente erano andati a scuola in moltissimi, soprattutto quelli del babyboom post bellico) l'industria culturale italiana ha dovuto farsi i conti in tasca e ha scoperto che "fare cultura" non rendeva abbastanza, dati i tempi. Ha iniziato ad arrabbattarsi, come tutto il resto dell'industria italiana, del resto, cavalcando le contingenze economiche e le mode.. Un tempo, quando c'erano ancora le lucciole, la piccola editoria era elitaria e, in fondo, reazionaria, adesso, soprattutto dopo internet che è l'unica vera rivoluzione che sia avvenuta dopo la scoperta del telaio meccanico, la piccola editoria salva le biodiversità.
(caracaterina)
Ripensavo a una delegata di Slow Food, che mi parlava di presidi su determinati prodotti, degli sforzi nel tutelare quelli che non sono ancora commercializzati su vasta scala, dell'importanza di preservare - appunto - le biodiversità, della necessità di formare una certa consapevolezza del gusto nelle persone, incitandole a proteggere i prodotti di nicchia e, con essi, anche quei piccoli coltivatori che ancora credono che la qualità venga prima del guadagno.
E insomma, come dire, non riesco a evitare di pensare che tra il formaggio di fossa e la piccola editoria qualche punto di contatto ci sia.
(fainberg)
