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Scrivere in rete, camminare a piedi, stare al mondo

"Quando viaggiavo a piedi per scrivere i diari di Verso la foce, mi sono accorto che c’è una differenza tra prendere appunti sul momento e sul posto in cui sei e scriverne a distanza. Quando scrivi a distanza sei già nelle generalità dei discorsi, e tutto prende un aspetto di completezza nel pensiero. Perché a distanza si fa avanti una teoria sulle cose che hai visto, e una teoria tende a colmare i buchi, a sostituire le interrogazioni con delle risposte. Invece, se scrivi per dar conto di quello che vedi e senti sul momento, non capisci molto, ma le scene hanno ancora il senso di un limite nella tua osservazione. Allora scrivi la strada su cui vai, e quel che vedi nelle cunette o ai lati della strada, e le case di abitazione che vedi intorno, e il tipo di traffico che vedi e il tipo di persone. Ti guardi attorno, vedi cosa c’è per terra, se asfalto o spazzatura o altro, poi guardi l’orizzonte e vedi che rapporto c’è tra l’orizzonte e quel pezzo di terra dove stai mettendo i piedi. Lì spunta il senso del limite, che è anche il senso delle visioni e delle apparizioni. Magari spunta solo nei gesti della gente che vedi, nell’apertura dello spazio, o nelle rughe d’un vecchio. Ma la visione d’un luogo sorge, certamente non come un discorso con risposte pronte, ben dette e sicure, ma come un pensare-immaginare come è fatto il mondo."

Sono parole con cui Gianni Celati rispondeva nel 2003 a un’intervista di Marco Sironi sul rapporto fra l’essere legati a un luogo e la scrittura che ne si fa. Adesso la si trova pubblicata in questo che ho definito libro-miniera intitolato Geografie del narrare. Quando ho comprato il libro mi aspettavo di trovare risposte al quesito posto da Sironi, che mi interessa molto, invece, leggendolo, (non l’ho finito) ho trovato dell’altro, ovvero questioni legate al nostro lavoro qui, in questa casa dove abitiamo in un modo allegorico e fattivo insieme.

Mi sono chiesta, ad esempio, se il prendere appunti camminando a piedi a cui accenna Celati non sia analogo a tenere un blog e ho presa per buona l’ipotesi che, sì, è analogo. E  dunque nel nostro lavoro editoriale, cerchiamo appunto persone che guardano per terra e che, semplicemente, vedono. Punti di vista parziali, limitati dal tempo a disposizione, dal lavoro, dalle mura della propria casa, dagli incontri casuali. Persone che mantengano, poi, nella scrittura a distanza, la stessa apertura nei confronti del limite dell’osservazione. E’ questa contingenza che ci interessa, questa linea di confine fra il dentro (io) e l’esterno (mondo) e la possibilità di tradurla e trasfigurarla in un pensiero af-fettivo e operativo sul fare il mondo e sullo stare al mondo.

Perché chi tiene un blog dovrebbe essere più capace di farlo di chi non ha mai scritto in rete, nell’immediatezza (ma questo termine non mi piace, anzi, credo che a suo tempo, nella famosa iniziativa di Pordenonelegge, sia stato scelto molto male e che per quest’ambiguità del termine abbia scatenato la polemica da cui poi, in parte è nata Untitl.ed, il che, a pensarci bene, toglie il difetto)?

Forse la risposta potrebbe essere ricavata ancora una volta dalle parole di Celati :

"Non credo si possa partire dal sentimento di appartenenza ai luoghi, come se fosse un fondamento sicuro. Io direi che per capire un po’ questa faccenda dell’abitare i luoghi, occorre straniare quello che vedi, quello che credi di vedere, fino a percepire tutto con gli occhi d’un estraneo o d’un alieno. E’ proprio nel momento di massima disambientazione, o straniamento, che ti accorgi di tutto questo pullulare di apparenze, di fenomeni, che popolano l’esteriorità. Te ne accorgi quando sei sbandato, quando non c’è più un tuo territorio d’appartenenza, quando non puoi quasi più dire che qualcosa è tuo."

Da quanto dirà nella conclusione dell’intervista risulta evidente che Celati pensa in termini geopolitici ai migranti, ai senza terra, e che, implicitamente, riprende uno dei topoi della letteratura contemporanea (almeno almeno da Baudelaire in giù lungo la strada del tempo) che associa la scrittura alla figura dell’esilio, e che vede lo scrittore come eternamente alieno e spaesato (e, in definitiva, vinto): " Tu parli di "appaesamento" ma quello che capisco meglio è lo "spaesamento" . Però queste espressioni sono dei piani mobili e bisogna vedere dove si scivola usandole. (…) Il "sentimento d’appartenenza al mondo" non è qualcosa che riguarda l’appartenenza a un territorio. Al contrario, è qualcosa che emerge attraverso coloro che non hanno più nessun territorio d’appartenenza. Attraverso di loro si vede la molteplicità di aspetti e di mescolanze, come un "fuori" rispetto all’ideologia dell’identità territoriale. (…) Quando non hai più un luogo d’appartenenza, ti passa anche il fanatismo dei principi, dell’idea da mettere avanti per escludere un’altra idea. Nasce, invece, il bisogno di "vedere". "

Al di là della tradizione letteraria dello spaesamento, è indubbio che la Rete sia effettivamente estranea all’ideologia dell’identità territoriale e che di essa si possa dire che è un ambiente in cui neppure la scrittura, l’unico modo di essere del corpo in Rete, ci appartiene davvero. In Rete siamo spossessati di territorio, identità, fisicità, integralmente affidati alla scrittura, nemmeno quella più nostra. Descritta così, può sembrare una condizione miseranda e spaventevole e, in effetti, chi ha fatto mancare la propria geremiade in merito all’ansia e alla colpevole leggerezza della modernità liquida, all’alienazione delle identità e alla frammentazione del pensiero debole a favore dei poteri forti? Eppure, proprio a seguire il filo del discorso di Celati, se si vuole sfruttare l’occasione, si può pensare alla Rete come a un luogo (un confine) privilegiato per "vedere". Vedere scritture, vedere immagini, vedere opinioni, punti di vista, spaesarsi e guardare il rapporto "tra l’orizzonte e quel pezzo di terra dove stai mettendo i piedi."

Quello che la Rete realizza è quanto nella realtà fisica risulterebbe paradossale: un massimo di prossimità (e chiamiamola "immediatezza"), costituita dalla parzialità, dalla particolarità, dalla variabilità, dalla velocità dei punti di vista e un massimo di distanza, estraneità, sradicamento, che permette la visione di "questo pullulare di apparenze, di fenomeni, che popolano l’esteriorità."

Raccogliere la risultante di questo paradosso realizzabile è la sfida di Untitl.ed e, a quanto pare dall’osservazione qui pubblicata dall’editor in chief , stiamo proprio percorrendo la strada della visione di un luogo, di un punto di vista non ancora sperimentato.

La mia esperienza di editor è appunto quella di "vedere" storie create dal paradosso e quello che mi sta succedendo, con le due persone di cui seguo le scritture e che sono diversissime fra loro e che non si conoscono (forse - non ne abbiamo mai parlato, ancora, in effetti - nemmeno leggono i loro rispettivi blog, non ho mai visto commenti incrociati) è descrivibile ancora una volta con le parole di Celati:

Nella cosa che "vedo" c’è tutto il mio passato, che confluisce come una spirale, attraverso l’esperienza delle visioni che ho avuto. E’ un po’ il fenomeno della memoria come lo pensava Bergson: porta in sé la profondità del tempo".

Quando ho iniziato non sapevo che avrei trovato questo eppure già avevo sperimentato che scrivere in Rete  consiste in questo modo speciale e per nulla alienato di stare al mondo: in un' "esposizione all'inatteso, al fuori, a una situazione contingente che diventa come una dimensione esterna dell'inconscio".

 

Posted on apr 24, 2005 at 10:28PM by Registered Commentercaracaterina | Comments Off

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