B-logs?
Con quattro libri di bloggers per le mani (alcuni studiati, altri solo sbirciati), posso azzardare alcune prime
IMPRESSIONI GENERALI
La primissima cosa che salta agli occhi è che al testo del blog, così spesso caratterizzato da una certa leggerezza, ironia, goliardia, sarcasmo, insomma da quel tono puntuto ma studiatamente superficiale cui siamo tutti più o meno abituati, fa da contraltare un controtesto piuttosto cupo, senz’altro più privato, ma in qualche modo ben curato e preservato (forse in vista di una specie di esposizione finale, più meditata e più compiuta del sé), che viene fuori tutto, liberamente e con una temerarietà che emoziona, in questi libri. Uno sguardo preso dal vuoto, una specie di cinismo mesto, una disillusione, poco o niente sentimento, una visione cruda del mondo, tradotta soprattutto attraverso la resa precisa, attentissima, direi quasi feroce, dei linguaggi.
Quasi nessun personaggio è descritto fisicamente, tutti sono descritti dalle parole che usano, e dal tono.
C’è uno strano linguaggio parlato che regge come un’impalcatura le storie di tutti questi libri: non è un parlato incolto, né tantomeno dialettale, ma comunque economico, smozzato, quasi “astratto”, senza aperture né chiusure, denso di aspettativa. Ogni personaggio parla tralasciando premesse ed evitando di trarre conclusioni (piuttosto limitandosi ad enunciare, o meglio a semi-enunciare), così come in fondo si parla tutti “dal vivo”, cioè lasciando cadere le parole fra un pensiero e l’altro, “le parole esplicitate” (dice S.) in mezzo a una selva di parole non esplicitate, ma altrettanto strutturate. Questo è proprio della lingua italiana.
[Ho detto forse una sciocchezza. Non so perché l’ho detta. Ripeto: “questo è proprio della lingua italiana”]
Complicata e fedele registrazione di voci, più che rilievi fotografici, questo sto notando nei libri di tutti, ed è una cosa interessante. Interessantissima. E’ una cosa alla quale non avevamo pensato, presi come eravamo dai dati di osservazione – ma invece che sciocchi, come avevamo fatto a non pensarci? Se chi scrive in rete si distingue da chi non ci scrive perché è capace di gestire con naturalezza una dicitura pubblica dell’immediato, e se per chi scrive in rete non c’è quasi distinzione fra tempo dello scrivere e tempo del pubblicare, e se nei bloggers non c’è quasi più distinzione fra il proprio diario di pensieri (privato e assorto) e quello che alla fine si decide di mostrare “al pubblico”, allora è chiaro, quello che distingue questi ragazzi è l’abilità di dare voce immediata alle voci. Una resa realistica, quasi che quelle voci (smozzicate, per metà sonore per metà silenziate) vengano registrate nel momento stesso in cui sboccano, lo sboccato e il residuo in bocca, quasi che la scrittura - questa scrittura così allenata all’immediato, così “specifica” dell’immediato - fosse davvero lo sbobinamento pedissequo di un racconto orale denso di sottintesi, di parole (ma anche di porzioni di parole) che rimangono impigliate nella lingua, ma che fanno comunque parte del detto.
E’ la resa della voce, forse, lo specifico dei bloggers. Oppure meglio: diventano bloggers tutti quelli che sono in grado di sbobinare e trascrivere la voce parlata.
Tutt’altra cosa che flusso di coscienza: qui non si tratta di voce intima dell’autore, ma di un mosaico di voci altrui, continuamente e abitualmente ascoltate, registrate, sbobinate e trascritte. E che queste voci siano per metà interiori e non esplicitate, non significa che siano voci “di coscienza”: rappresentano solo la parte introflessa dei discorsi pronunciati (o provati a pronunciare). E la lingua italiana contemporanea e abituale, familiare e confidenziale, è piena di parti introflesse, è piena di tentativi di discorso, di puntini di sospensione anteposti interposti e posposti, silenzi tanto naturali da non abbisognare neanche più di caratterizzazione grafica: i puntini spesso spariscono dalla grafia, così come le virgolette, nessuno più “dice” e nessun altro “risponde”, tutti pensano di parlare, o si provano (sfiduciatamente, ma allo stesso tempo tenacemente) a parlare.
Discorsi di serie B, quasi qualsiasi, come “di costume”. B-logs, come B-movies.
(Forse è per questo che qualche tempo fa, tutta presa da questioni fotografiche, m’è venuto di pensare ai fotoromanzi).
