Prossimo post per Ineditablog
Noi pubblichiamo blogger.
È un dato di fatto, non è più un chiederci se abbia senso o no pubblicare libri scritti da blogger: è da quasi un anno che abbiamo fondato la Untitl.Ed, abbiamo già pubblicato i primi tre libri, entro marzo ne pubblicheremo altri tre, e altri autori ancora sono al lavoro.
Non voglio parlare qui della qualità di queste scritture (che lasciamo giudicare agli altri). Vorrei invece ricordare qui l’idea originaria dalla quale è nata Untitl.Ed: quella degli scrittori “senza titolo”, nel senso di de-titolati (a che titolo ti chiami scrittore, se sei un blogger? a che titolo ti metti a fare l’editore? e ma scusa tu chi sei, che hai fatto, dovrei conoscerti? e chi sono gli autori? e chi c’è dietro, sotto, sopra, alle spalle?).
Untitl.Ed (contrazione di Untitled Editori) è un giochino nato dal mio nickname, che è untitled io. Untitled perché in rete, da blogger, non sono nessuno, io perché sono proprio io: con le mie idee, con le mie preferenze, conl mio modo di fare, con la mia lingua. Ho poi cercato persone che condividessero con me questo modo semplice (ma anche radicale) di vedere le cose e di stare nel web; che non considerassero il web una vetrina di cose già fatte, ma un’officina di cose in fieri.
Fortunatamente, queste persone le ho trovate. Lavoriamo insieme tutti i giorni, a un progetto che di “virtuale” ha ben poco, e il risultato finale sono libri che stanno nelle librerie, o che partono da un ufficio postale per arrivare qua e là per l’Italia. Certo un post non ci metterebbe così tanto a viaggiare, e non costerebbe nulla, ma quest libri hanno una preziosità che li rende unici: sono fatti di lavoro. Lavoro dell’autore e di tutti noi. Lavoro remunerato (nel caso dell’autore certamente, nel caso nostro si spera), per il che questi libri hanno un prezzo.
Tutto questo è completamente fuori dal concetto di “gratuità” tipico della rete – eppure, secondo noi, questo spostamento concettuale è un passaggio necessario, se vogliamo che prima o poi il mondo della rete e il mondo “di fuori” (ma cosa sarà veramente “fuori”?) si parlino davvero.
Per spiegarmi meglio. Ho avuto un po’ di resistenza a postare qui, e sapete perché? Perché c’è una sostanziale differenza, fra tutti i blogger che postano in Ineditablog, e noi (UntitledEditori): la differenza sta nel fatto che tutti voi (tranne gli organizzatori, immagino) parteciperete all’evento-blog di Inedita a titolo gratuito, mentre noi no. Non nel senso che verremo pagati: nel senso che pagheremo. Perché a Inedita, vedete, noi avremo uno stand. Che come tutti gli stand che si prendono alle fiere, costa soldi. Quindi è stranissimo: mentre qui dentro si discute virtualmente (e gratuitamente) su opportunità e metodi del passaggio dalla pubblicazione in un blog alla pubblicazione su carta, noi non solo rischiamo come editori, ma decidendo postare qui dentro (da blogger) potremmo addirittura incorrere nel paradosso di mettere a rischio (che ne so: per una incomprensione, per un flame, per una semplice antipatia, o viceversa per una simpatia…) il buon esito della nostra partecipazione come espositori al Salone di Inedita.
Una specie di conflitto di interessi all’incontrario, insomma.
(untitled io)
È un dato di fatto, non è più un chiederci se abbia senso o no pubblicare libri scritti da blogger: è da quasi un anno che abbiamo fondato la Untitl.Ed, abbiamo già pubblicato i primi tre libri, entro marzo ne pubblicheremo altri tre, e altri autori ancora sono al lavoro.
Non voglio parlare qui della qualità di queste scritture (che lasciamo giudicare agli altri). Vorrei invece ricordare qui l’idea originaria dalla quale è nata Untitl.Ed: quella degli scrittori “senza titolo”, nel senso di de-titolati (a che titolo ti chiami scrittore, se sei un blogger? a che titolo ti metti a fare l’editore? e ma scusa tu chi sei, che hai fatto, dovrei conoscerti? e chi sono gli autori? e chi c’è dietro, sotto, sopra, alle spalle?).
Untitl.Ed (contrazione di Untitled Editori) è un giochino nato dal mio nickname, che è untitled io. Untitled perché in rete, da blogger, non sono nessuno, io perché sono proprio io: con le mie idee, con le mie preferenze, conl mio modo di fare, con la mia lingua. Ho poi cercato persone che condividessero con me questo modo semplice (ma anche radicale) di vedere le cose e di stare nel web; che non considerassero il web una vetrina di cose già fatte, ma un’officina di cose in fieri.
Fortunatamente, queste persone le ho trovate. Lavoriamo insieme tutti i giorni, a un progetto che di “virtuale” ha ben poco, e il risultato finale sono libri che stanno nelle librerie, o che partono da un ufficio postale per arrivare qua e là per l’Italia. Certo un post non ci metterebbe così tanto a viaggiare, e non costerebbe nulla, ma quest libri hanno una preziosità che li rende unici: sono fatti di lavoro. Lavoro dell’autore e di tutti noi. Lavoro remunerato (nel caso dell’autore certamente, nel caso nostro si spera), per il che questi libri hanno un prezzo.
Tutto questo è completamente fuori dal concetto di “gratuità” tipico della rete – eppure, secondo noi, questo spostamento concettuale è un passaggio necessario, se vogliamo che prima o poi il mondo della rete e il mondo “di fuori” (ma cosa sarà veramente “fuori”?) si parlino davvero.
Per spiegarmi meglio. Ho avuto un po’ di resistenza a postare qui, e sapete perché? Perché c’è una sostanziale differenza, fra tutti i blogger che postano in Ineditablog, e noi (UntitledEditori): la differenza sta nel fatto che tutti voi (tranne gli organizzatori, immagino) parteciperete all’evento-blog di Inedita a titolo gratuito, mentre noi no. Non nel senso che verremo pagati: nel senso che pagheremo. Perché a Inedita, vedete, noi avremo uno stand. Che come tutti gli stand che si prendono alle fiere, costa soldi. Quindi è stranissimo: mentre qui dentro si discute virtualmente (e gratuitamente) su opportunità e metodi del passaggio dalla pubblicazione in un blog alla pubblicazione su carta, noi non solo rischiamo come editori, ma decidendo postare qui dentro (da blogger) potremmo addirittura incorrere nel paradosso di mettere a rischio (che ne so: per una incomprensione, per un flame, per una semplice antipatia, o viceversa per una simpatia…) il buon esito della nostra partecipazione come espositori al Salone di Inedita.
Una specie di conflitto di interessi all’incontrario, insomma.
(untitled io)
