Che faccio, lo pubblico?
Mi faccio rabbia perchè fuori c'era il sole ore fa e io qui, a scrivere, ma quando mi prendono questi sc-ciupùn de foutta, come dicono qui a Zena, non resisto. Così, se splinder me lo consente, pubblicherei questo in InEdita:
Di blog-icone, blog-musei e di altri che no
Avevo ben scritto un bel commentone in risposta a shemale, nel post di farolit qui sotto, ma me lo sono fatta fregare da Splinder e, allora, ahivoi, pur di non rinunciare ad ammorbarvi, dal commento sono addirittura passata al post. Ed ecco qui, shemale, che approfitto del tuo commento n.17 dove magnificavi la Biblioteca di Pergamo. Si dirà: ma che c'entra? Ecco, appunto.
Certo che è bella la biblioteca di Pergamo, come tutto ciò che viene salvato e sottratto al suo contesto originario e al tempo divoratore e che continua a suscitare ragioni e passioni per motivi la cui discussione esula da questo blog. Ma la domanda era, dicevamo: che c'entra?
Dunque, si trattava di discutere se era preferibile riservare maggiore attenzione e apprezzamento più alla lettura dei blog interi oppure a quella dei post. Perchè non godersi un frammento, chiedeva shemale, e pure a Berlino, della Pergamo ellenistica (equiparabile a un post – prendetevela con shemale, il paragone è suo :)) invece della Pergamo intera, a Pergamo (il blog)? Messa così la domanda, la risposta, come dice Biscardi, sorge spontanea. Noi non sappiamo granchè di come guardassero alla biblioteca di Pergamo i pergamaschi e, in fondo, che c'importa? Noi sappiamo solo come la guardiamo noi: o come icona estetica (da accettare o da rigettare, a seconda delle epoche e delle conoscenze e sensibilità, si veda il riferimento, sempre di shemale, ad Argan e alla Cappella Sistina) o come documento storico. Tertium non datur perchè Pergamo è morta, più ancora di Pompei e della casa dei Misteri.
Possiamo forse guardare un blog alla stessa maniera? Anche sì, certo, se ci fa piacere usare lo stesso sguardo estetico nostalgico e rassicurante che riserviamo alle "vere" opere d'arte oppure interrogarlo per sapere qualcosa di un mondo "eternato", che non ci può dare più nulla.
Leggere, seguendolo, un intero blog anzichè limitarsi ai singoli post non è una questione puramente estetica, anzi in un certo senso non è estetica per niente. Corrisponde a prospettive culturali differenti che seguiamo tutti, più o meno consapevolmente.
Se leggiamo i blog come se i post fossero una galleria di quadri o statue in un museo ne diamo una lettura limitata alla sola possibilità di creare un fenomeno iconizzante e, quindi, "morto". Infatti, i blog "iconizzati" sono anche quelli dove, in un certo senso, non "succede più nulla", come in un museo. Ogni tanto arriva qualche opera d'arte. Da fuori. Spesso il blogger stesso, paralizzato e soffocato dalla sua stessa immagine, lo chiude.
Questo tipo di lettura iconizzante dei blog è un atteggiamento decisamente perdente, se vogliamo dare alla Rete ciò che potrebbe essere della Rete. Perchè a creare icone sono molto ma molto più bravi i professionisti dell' immagine, che esistono ben fuori dalla rete e da ben prima della rete, per lo meno fin dal tempo delle Piramidi d'Egitto.
Pensate a tutte le icone che conosciamo e che sono presenti nella blogosfera. Di quante si potrebbe dire che sono indipendenti e profondamente differenti dalle icone che conosciamo fuori?
Qual è quel giornalista, quello scrittore, quel pubblicitario, quel comico, quell'artista che si è fatto un nome "fuori" a partire da ed in virtù della Rete? E se questo è successo, o sta per succedere, in fondo è stato il mondo di fuori, finora, a "colonizzare" la Rete e a subordinare le sue voci ai modelli dominanti e ai centri di potere culturale, ma ancora mai il contrario.
Non si continua a pensare che sì, vabbè, la Rete... ma le cose che contano culturalmente e socialmente non stanno mica lì, fra quegli artisti falliti, fra quegli scrittori frustrati, fra quei grafomani, fra quei giocherelloni inetti, fra quei personaggi timidi e incapaci di relazione che solo nella Rete, poveretti, dove nessuno li vede, trovano un patetico coraggio da leone?
Giustamente chi vive molto in Rete si risente di questi pregiudizi, però, ecco che poi, quando si tratta di confrontarsi con i mediatori culturali nati e noti fuori dalla Rete, più in là del risentimento spesso non si va. E si fa come la volpe con l'uva oppure come i ragazzini che pestano i piedi e dicono "Ma io sono grande!" se gli adulti gli dicono di no. Grande?! Che "grandezza" può mai esserci se ci misuriamo con lo stesso metro che si usa per l'Estetica classica, neoclassica o romantica o postmodernista? O, altrimenti, per la Popolarità televisiva, per l'Autorevolezza che ti danno l'Accademia o l'Università, per la Patente di contemporaneità che ti danno la stampa o l'editoria tradizionali? Se ci leggiamo e ci interpretiamo usando (solo) gli stessi criteri con cui guardiamo alle icone patentate saremo sempre delle iconucce, e per di più pallidine, di plastica, e figlie di un dio minore. E la Rete un museuccio delle cere, folkloristico.
Ma c'è anche la possibilità di lettura (e di scrittura) non iconizzante. Viva. Sottratta ai metri di misura tradizionali e ai suoi manovratori.
Forse.
Certo è un azzardo che richiede la voglia e la disponibilità a esplorare le possibilità di linguaggio messe a disposizione da un mezzo come la Rete che non è mai esistito nella storia degli umani.
Utilizzare questo mezzo solo (anche se pure questo è un'opportunità enorme) come una biblioteca, un museo, un'agenzia informativa alternativa o anche un centro commerciale oppure un luogo dove stringere nuove amicizie è pur sempre riduttivo, se può diventare un ambiente dove portare all'attenzione di molti delle voci vive e non tributarie dei linguaggi e dei poteri culturali forti. Se ci sono e se ci riesce, e qui non ci si sente certo di negarlo a priori.
Che ne dite?
