« I Viaggi di Untitl.Ed | Main | La sottile linea scura »

Una conversazione

tav proust.JPG

Riguardo a un recente post di Giulio Mozzi su Vibrisse (Manuale di conversazione e relativi commenti), ripreso anche in MacAdam).

Tutto nasce qui:
http://invasiva.splinder.com/1080949243#1760710 (Fainberg, sabato 3 aprile 2004)

23:23, 03 aprile, 2004
Il mio esecutore testamentario non sa niente, di blog. "Non ho tempo", dice. Il mio esecutore testamentario è una persona seria, eccetera. Io non cancello niente aspetto la grazia di poter scrivere un altro post così quello precedente se ne va in cantina, e ogni giorno è un giorno nuovo. Da quando tengo un blog non ho più storia. Tutto quello che ha tre o quattro giorni va a male come il latte fuori dal frigo. Gli archivi non servono a niente perché nessuno ci va. Stampare un blog è un controsenso assoluto. L'immediato lo scrivo sempre, non so fare altro. Forse per quelli che non lo facevano prima, il blog è stato una specie di benedizione, ma per me è stata una sciagura assoluta. Tengo un taccuino, per dire. Dove scrivo cose molto più importanti che nel blog. Ma non mi riesce di copiarle, le cose del taccuino sul blog. Non so, agli scrittori riesce, di ricopiare sul blog quello che hanno scritto prima, io faccio sempre tutto direttamente, se aspetto due ore tutto irrimediabilmente scade e puzza. Allora mi sono fatta un outlet e un blog del passato per ricopiare le cose vecchie senza dare nell'occhio, ma sono la prima a cui quelle cose non interessano più. Eppure a leggerle sulla carta mi parevano importanti, mi parevano segni di quello che sarebbe avvenuto dopo, anche qui, mi parevano un oracolario per il futuro, mi parevano porte aperte. Solo che ricopiate in un blog sono opache, gesso. Poi non parlo più con nessuno, perché l'unico argomento interessante mi pare il blog, visto che è il blog che mi sta cambiando la vita, e anche il modo di scrivere e di pensare, ma di blog non sa niente nessuno. Con quelli che ne sanno invece qualcosa è ancora peggio, molto peggio. Non sto a dire. A me mi sembra che il blog sia un comodo parcheggio, un'area fumatori, un atrio, un luogo nel quale non sei dentro e non sei fuori, è un peccato uscirsene ma non è cosa di entrare, ti trattieni, ti aggiusti il vestito e fumi. Ti trattieni ti aggiusti il vestito e fumi. Per una persona impulsiva è una specie di supplizio. E quello che deve uscire non esce, e quello che esce è così ben confezionato che ti commuove, però dopo dieci minuti è finito, come una fontanella di capodanno. E tu che te ne fai. Scusa la sto tirando lunga. E poi un ultima cosa. I blog sono pudichi. E io il pudore non lo sopporto, mi fa tristezza. I bloggers mi sembrano tutti persone che si vergognano, e anch'io ho cominciato a vergognarmi, e allora sto cominciando a preferire nettamente la reticenza, segno che sto diventando una vera blogger. Mi sento tirata indietro. Il blog mi tiene attaccata a una specie di infanzia, come una corda elastica, e questo fatto non lo sopporto. Me ne andrei subito se non avessi la sensazione di una possibilità, di una specie di maturità possibile anche qui dentro, però invece una sensazione ce l'ho. Aspetto un altro po', allora. Non ho detto niente di nuovo vedo. Beh ciao.
untitled io


Perle
Se esiste una ragione che giustifichi un post bislacco, una ragione soltanto, allora scelgo quella di trovarvi tra i commenti pensieri come questi:
A me sembra che il blog sia un comodo parcheggio, un'area fumatori, un atrio, un luogo nel quale non sei dentro e non sei fuori, è un peccato uscirsene ma non è cosa di entrare, ti trattieni, ti aggiusti il vestito e fumi. (Untitled io)
posted by Fainberg 5 aprile 2004 | 23:26
http://invasiva.splinder.com/1081200378#1780929


1 23:52, 05 aprile, 2004
Ah, Untitled: lo so che così ti ho messo in imbarazzo, non me ne volere.
Fainberg

2 08:46, 06 aprile, 2004
No, ti ringrazio. E’ buffo riflettevo sul fatto, che spesso attraverso momenti di disaffezione e latitanza dal mio blog. In questo periodo per esempio preferisco commentare nei blog degli altri – sbrodolando, as usual, e scusandomi poi (ipocritamente) per la lunghezza. Prendo i commentari dei blog come “salotti contigui”, o meglio disimpegni arredati, dove la conversazione può essere più facile, meno impegnativa e anche più personale. Mica si può mettere sempre tavola…. Ma a parte gli scherzi, parlavo nel post delle mostre più sotto, di quella mostra sul settecento. Non sembriamo un po’ noi, qui dentro, dei signori annoiati che conversano sull’orlo del precipizio, come in quei salotti? attraversati da lampi di interesse, annoiati e compiaciuti di noi stessi, in cerca di argomenti, o tutti presi dai nostri castelli di carte? Fuori l’aria è bellissima oggi. Il cielo stupendo. E’ un bel vivere, finché dura. (Untitled io, prima della catastrofe, si linka i commenti nei blog altrui, perfino!)
untitled io

3 19:14, 06 aprile, 2004
Tanto per allinearmi alla tendenza apocalittica di Untitled, ho spesso pensato all'arte della conversazione così ben praticata in certi blog come alla riedizione borghese dei nobili e preziosamente ridicoli salotti Ancient Regime. E non me ne sono affatto compiaciuta, visto la fine che hanno fatto quelli. Qualcuno mi sta dicendo or ora, mentre gli leggo in diretta questi post e i relativi commenti, che "dove finisce il dialogo, inizia la conversazione" visto che la conversazione è una difesa rispetto all'incontro. Altra difesa, mi pare, sono le "confessioni", i "mèmoires", altro genere letterario settecentesco, così come i luoghi comuni sulla ragionevolezza e certe invocazioni alla chiarezza. Siamo dunque un po' tutti settecentisti, noialtri? Sbrodolo, è vero, ma mi e vi risparmio, per adesso, l'ipocrisia delle scuse. Ciclotimica a mia volta, passo e chiudo.
caracaterina

4 23:59, 06 aprile, 2004
Dove finisce il dialogo inizia la conversazione, saggia intuizione. Non so quanto il blog consenta l'uno o l'altro tipo di comunicazione, io ho mille perplessità su questo. Mi sembra si possa parlare di scintille di contatto che vanno ad accendere discussioni, qualcosa che possiede una dimensione raccolta, essendo il feedback limitato dal mezzo in questione. Ripeto, non so, forse si potrebbe parlare ancora di semi lanciati in aria, non piantati in terra (e qui la natura fa il suo corso, senza che l'uomo intervenga più di tanto), ma dove l'aria ha una fertilità che in natura non possiede e il seme può germogliare. Ma ci vuole molta cura e molto tempo. E spesso il tempo non c'è.
Ripeto per la terza volta, non so. Vi dico solo che da quando ho un blog, vale a dire più o meno da 13 mesi, ho scoperto di sapere molte meno cose di prima, ci ho guadagnato in dubbi, ci ho rimesso in certezze. Semi in aria tanti, germogli diversi, di piante ancora nemmeno l'ombra.
Fainberg

6 00:59, 07 aprile, 2004
però è opinabile che la conversazione costituisca il segno della fine del dialogo; ed è altrettanto revocabile in dubbio che le conversazioni cortesi, in senso proprio, di corte, intendo, fossero tutte vuote; ce n'erano di nobili colti e intelligenti, che scrissero anche formidabili affascinanti mémoirs (uno, fra tutti: René de Chateaubriand; leggere per credere, e capisci pure da dove viene Proust) che tutto sono meno che arroccamenti in torre d'avorio. E, Fainberg, concordo: il blog è un bell'esercizio per non credere di aver capito tutto, non solo per quel che uno ci scrive, se ci vuo scrivere cose che prima di tutto persuadono lui stesso, ma anche per quel che uno ci legge, nel proprio, tramite i commenti, e in quelli degli altri. I dubbi, del resto, e il confronto sono il sale e il pepe, anche e soprattutto, forse, per chi è abituato ad essere ascoltato quando parla. Inoltre, non confonderei la cortesia con la mancanza o perfino il rifiuto del dialogo, insomma, almeno se uno conversa in buona fede. Quel che m'impensierisce di più, però, è questa lieve brezza antilluministica che si sente spirare qua e là, proprio oggidì, quando delle idee di quel gran secolo avremmo tanto, ma proprio tanto bisogno e proprio qui in questo nostro sciagurato paese, che non ama commisurarsi con le regole e con la forza ragione, ma preferisce sempre aggirarla per/con l'accomodamento furbesco. Qui, tra i bloggeurs, invece, trovo un sacco di persone che non hanno rinunciato a cercare di capirci qualche cosa e non si rassegnano ad una esistenza banale, non si rassegnanoa vivere senza interrogativi, e per questo è piacevole esserci
bezuchov

7 08:54, 07 aprile, 2004
Io non credo che dove finisce il dialogo inizi la conversazione. Credo che la conversazione sia una sorta di monologo.. gentile. Un monologo a uso e consumo dell'altro, un monologo alternato, in cui ritmo e cortesia sono essenziali. Un parlare che esiste parallelamente al dialogo, insomma, non alternativo ad esso, e non meno importante. Questo non credo che c'entri direttamente con l'esercizio della ragione, ma coi motivi del parlare. Quello che mi incuriosisce è questo parlare defilato, non direzionale, arbitrario, "inutile" nel senso che non produce effetti immediati, ma propagazioni di pensiero dagli effetti (dalle utilità) invisibili, invalutabili. Il fatto che questo avvenga in modo "defilato", in atri, in disimpegni, mi sembra importante. Nessuno di noi va al centro del salone, né sale su un palco, eppure tutti parliamo, con profusione di idee, con esposizione di sensibilità differenti, e ognuno di noi si misura con la potenziale infinitezza del proprio discorso ("non porta a niente", "è inutile", oppure "porta lontanissimo", va "oltre l'utilità"), alcuni accettandola e guardandola con apprensione, altri nascondendola a tutti i costi. Questo non è illuminista, è preromantico. Se mi ricordo bene, il che non è detto... Questa che stiamo facendo è una "conversazione", credo.
untitled io

postsileno-giacometti.gif8 09:27, 07 aprile, 2004
Giusto di passaggio, come si conviene a chi è non è nè dentro nè fuori (sto fumando, dopo il caffè e prima del lavoro e in questo disimpegno colgo semi e li porto con me - forse, ma solo forse, questo vale più per i commenti scritti e letti che per i post che uno pensa a scrivere, mah). Quando la conversazione diventa arte, nel suo essere osservazione obliqua è spesso assai più che interessante: va e viene dalla divergenza e, indubbiamente, ragiona - appunto - e la sua preziosità spesso non è affatto ridicola. Ed è pure essenziale e, in certo qual modo necessaria, nel suo andare parallela al dialogo, da cui tuttavia tiene le distanze e col quale non può essere confusa. E' preludio a, "corte"ggiamento di, riflessione su, divergenza da e, pure, divertimento in. E altro ancora. L'affermazione apodittica di cui sopra, manca volutamente di sfumature perchè ha l'intenzione di mettere in rilievo il (perdonate l'enfasi, mi sto sbrigando alla buona) pericolo sociale, non individuale, di una conversazione pervasiva che finisca per esaurire la rete delle relazioni, andandovi a coincidere, e per appiattire la ricchezza e la variegata differenziazione del dialogo. Quanto alla brezza antilluministica, proviene da un timore analogo: si tratta di non rinunciare ad un esercizio del pensiero critico e di fare gli orli a una vulgata che, troppo spesso, ha la pretesa, poco ragionevole, di illuminare anche la necessità dell'ombra. Non posso farla più lunga, e meno male. Ma mi dispiace perchè mi piace questo confronto.
caracaterina

n.d.r.: la prima immagine è uno schizzo inviato da Proust al suo amico Robert de Billy, per la sistemazione degli ospiti a una cena (in The Writers Drawing Book, Redstone Press); la seconda è rubata dal blog di postsileno

Posted on nov 1, 2005 at 06:31PM by Registered Commentercaracaterina | Comments Off | References1 Reference

PrintView Printer Friendly Version

References (1)

References allow you to track sources for this article, as well as articles that were written in response to this article.