La sottile linea scura
Caro Demetrio,
la differenza tra me e te nella lettura è che tu riesci ad andare oltre, a vedere il bello che magari c'è, io invece non riesco a distaccarmi, e se un testo è bello ma tragico, riesco a leggerlo e a valutarlo solo se so che è invenzione e non realtà.
Questo non significa che mi comporti allo stesso modo di fronte ai fatti di cronaca o di vita.
E lo stesso vale per la scrittura. Mi sono fatta l'idea che tu il libro lo pensi e poi lo costruisci, come un piccolo congegno i cui ingranaggi devono incastrarsi l'uno con l'altro.
Invece io butto giù un personaggio che sia compatibile con uno sguardo che mi ha colpito in un gruppo di disperati che vanno al mare con un trenino.
In sintesi tu sei un intellettuale, io una cantastorie ;-)
baci
(alice)
Mi rendo conto che il mio rapporto con la lettura non è mai di immedesimazione: ho verso i libri un atteggiamento distaccato, che forse è una tara che mi è rimasta dall'università. Io non leggo un libro e partecipo, così come sembra suggerire alice per sé, ma io leggo un libro e lo smonto: passo sotto la mia lente le cose che mi convincono e quelle che no. Cerco sempre nelle letture qualcosa di molto preciso e che abbia a che fare con il vero.
Non sono ancora bene riuscito a inquadrare questa sensazione,ma sono sempre più convinto che un libro per me è essenziale quando di ritrovo qualcosa, quel quid, che io chiamo 'vero'. Cosa sia poi questo e che rapporti intrattenga con il bello non sono ancora riuscito a capirlo.
Leggere il libro di Forest, in particolare, mi ha ricordato la mia predilezione per i testi ibridi, che non sono saggio, non sono memoria, e non sono solo romanzo (per questo, per me, I sommersi e i salvati sono più importanti di Se questo è un uomo).
Sono come attratto da queste scritture che mescolano i generi, penso a certe cose di Camporesi, ad esempio. Perché riescono a tenere insieme l'esattezza e la narrazione, qualcosa di simile l'ho ritrovata nel libro che Anna mi regalò per Natale La corrida delle balene.
Poi come recensore sono atipico, parlo solo dei libri che mi piacciono, visto che non sono pagato per quello che scrivo, mi permetto di parlare solo di quelle scritture che realmente mi interessano.
Quindi è vero io smonto i libri e nello stesso modo monto i miei. Ho anche io delle ispirazioni, dei momenti in cui vengo assalito da una sorta di mania, ma nella realtà io mi penso e sono un artigiano. Lo dissi credo una volta ad erica: a me piacerebbe essere come Luca Della Robbia. So di non avere il fiato, né ci aspiro, alla Sistina, ma so che ho la capacità per creare delle ceramiche perfette: e capisco che in questa mia scelta entra in gioco l'attenzione ai meccanismi.
Il tuo invece Alice è uno sguardo più 'umano', nei tuoi racconti c'è una attenzione per l'umanità, una compassione, che traspare profondamente. E' uno sguardo di chi ha realmente davanti a sé il soggetto che de-scrive; i miei personaggi sono quasi sempre simbolici, anche quando sono persone reali (penso a mio nonno o a mia madre), e cerco sempre quando dico una cosa di volerne dire un'altra. La lettera dei miei testi è una parte, ma non è la sola, e sicuramente non la più decisiva.
I rumugino i miei libri, per anni, nella testa. Il personaggio di Matteo era lì da quando avevo 19 anni, tante volte avrei voluto scriverne, ma l'ingranaggio, la ceramica, aveva sempre qualche difetto.
L'occasione di Untitled mi ha dato questa possibilità, mi ha liberato della possibilità di far parlare il personaggio che era diventato maturo.
Io vorrei che i miei libri fossero dei marchingegni che si reggono da sé, io mi limito semplicemente a passare e ripassare le frasi, e a girare e rigirare le parole.
scusa e scusate la lunghezza
domanda: ma la prossima presentazione? amsterdam oppure palermo? o roma?
(demetrio)
comunque la mia conclusione era esatta.
Intellettuale (secondo il Garzanti) è colui che costruisce, soprattutto professionalmente, un'attività di pensiero ;-))
(alice)
E quel "soprattutto professionalmente" che non mi convince.
La mia professione è legata alla ripetizione di alcuni cliché comunicativi. Quasi sempre uguali e medesimi. I comunicati stampa dei sndacati sono qualcosa di straordinario, puoi mandarne via al ritmo di uno ogni 2 giorni e le variazioni lessicali sono minime.
Dopo un po', comunque, ti abitui e sai già a memoria che cosa scriverai. Questa è la mia professione e non ci vedo lavoro intellettuale.
Sarebbe da riflettere su quanto ci entra e ci è entrato nel mio lavoro nel Pasto grigio. E allora siamo su di un altro livello. Io credo che alla base dei diversi rapporti del libro ci stia quella che possiamo chiamare una "relazione" lavorativa. Mi sono reso conto, il passaggio è stato dopo l'università, che le relazioni che intavolo sono quasi tutte sul 'fare'. Io entro in contatto con le persone non per quello che sono, Demetrio, ma per quello che faccio, l'ufficio stampa. Questo, credo, che abbia modificato il mio modo di vedere i rapporti. Per un po' ho pensato che questo fosse avvilente: pensavo che contasse quello che ero e non quello che facevo. Poi mi sono reso conto come nel mio 'fare' c'erano una quantità di cose legate a me, che ho pensato che il lavoro sia una delle realtà in cui con più precisione di mostriamo.
In questo senso i rapporti di Matteo sono tutti nell'alveo del fare.
oggi è una giornata che 'strologo così.
(demetrio)
Gli autori che dialogano fra loro, mi entusiasma. Mi piace che siamo una comunità "elettiva".
Il discorso sul fare di Demetrio (stavo per scrivere "Matteo"!- è un segno buono o è cattivo?) rientra perfettamente nel giro di discorsi che mi/ci lega negli ultimi tempi (a dir la verità da molto di più) e che, credo, differenzia la comunità Untitl.Ed (ormai la vedo così) dalle altre litblogzine. (Infatti non ci seguono mica, non capiscono)
Mi sto chiedendo cos'è che non si capisce. Non lo so mica, anche se ci sto "lavorando" (di testa) sopra. Però un'idea ce l'ho e le parole di Dem me la fanno germogliare.
"Io entro in contatto con le persone non per quello che sono, Demetrio, ma per quello che faccio, l'ufficio stampa" Con quel che segue. Ecco, in queste frasi si toccano nervi vivi, corde che vibrano forte, almeno in me. Ma ancora non distinguo il suono. Non so che discorso queste frasi mi vogliono far intendere. Non è che non capisco il discorso di Demetrio, non capisco quello che voglio farmi io, attraverso le parole di Dem. Grazie, ragazzi, di tutto quello che mi/ci state dando.
La differenza fra intellettuale e cantastorie che sottintende Alessandra è un'icona.
Ora torno a "lavorare", a scuola, qualunque cosa voglia poi dire. :))
(caracaterina)
la scuola.
ecco le due parole.
mi ricorda quando davo ripetizioni. lì ero quel che davo, facevo ma sostanzialmente ero.
io sono in quel che scrivo, forse più simile all'atteggiamento di ale_alice che a quello di dem.
e ce ne sarebbe ancor da dire.
(scrivana)
Su discorso del lavoro e del fare. MI sembra che ale-scrivana faccia un discorso preciso, che in un certo senso riguarda erica ad esempio: la scuola, l'insegnamento.
In quel caso la dinamica e la relazione lavorativa è complessa; proprio perché viene meno quella costante del rapporto lavorativo che è prestazione salario. Che significa padrone e servo. A scuola il lavoro si basa su altre relazioni, che sono più immateriali, ma non per questo meno vincolanti.
Anche in quel caso noi facciamo delle cose, soltanto che sono cose 'impalpabili', e in merito alle cose che facciamo vieniamo percepiti come come ciò che siamo.
Io, poi, schioderei sia alice che scrivana da quest'idea più 'spontaneistica' della loro scrittura. Anzi direi proprio che non è vero. Tale le cura, e l'artifizio, la finzione che c'è nei loro libri che non ci credo a questo sponteneismo del "cor che ditta dentro".
Non credo che ci sia niente di male a dire che un testo prima di essere scritto o durante la riscrittura ha subito una serie di varianti e di variazioni, in cui il mestiere, e l'artigianato della scrittura ha fatto la sua parte con altrettanta importanza che l'ispirazione iniziale.
Boh non lo so, ma a me personalmente lo spontanesimo non mi convince e da lettore non mi è sembrato di leggerlo in nessuno dei libri, anzi al contrario io ci ho letto pagine gremite di letterarietà. E per me questo è un bene.
(demetrio)
tepareva.
(scrivana)
e che ho detto di male?
:)
(demetrio)
Io trovo che la spontaneità in letteratura (paroloni, quest'oggi) non sia affatto un pregio. Quello che io cerco, di più, che pretendo è una spontaneità costruita. Io a uno scrittore chiedo che mi faccia credere; se individuo anche l'impercettibile crepa nel castello di carte che lo scrittore ha per me costuito (e poco importa se la crepa è data da un eccesso di finzione che l'autore si sente per primo addosso o se è data da un eccesso di verità) è finita.
(fainberg)
..e non pensi (non pensate) che il blog sia proprio un luogo elettivo di apprendimento, di esercizio, per ottenere questa sorta di spontaneità costruita?
che poi, "sponaneità costruita"... mi fa troppo pensare ad artificio in aggiungere. Mentre invece, secondo me, il senso ultimo di questa costruzione sta più nel togliere che nell'aggiungere. Mi viene in mente la nudità. Saper stare nudi di fronte a una persona (figuriamoci a PIU' persone...) è una conquista, eppure l'esito finale non è altro che nudità. Non so se mi sono capita.
(untitled io)
Quando Demetrio dice di non credere alla spontaneità della mia (e di Ale) scrittura, ha in parte ragione.
Però per quanto mi riguarda, la ricerca dell'incastro avviene per la forma, ma non per il contenuto. I miei personaggi io so in pochi secondi come sono, poi devo piantarli nel mondo certo, far loro compiere azioni, scriverle e descriverle queste azioni (azioni che già conosco). Lì comincia il lavoro.
".e non pensi (non pensate) che il blog sia proprio un luogo elettivo di apprendimento, di esercizio, per ottenere questa sorta di spontaneità costruita?"
Io penso di sì. Si sta in vetrina e ci si vuole mostrare. Verosimili. Il più possibile. E, senza nemmeno accorgersene, si scrive l'imitazione di se stessi. Già che ci si è, ci si dà anche una lucidatina. E tutti sono più contenti. (Senza ironia, eh)
(alice)
Mi piace quello che ha scritto Alice. Credo che, sì, il blog sia molto utile per imparare questa sorta di spontaneità costruita, proprio perché lo si scrive da soli, nell'intimità della propria stanzetta (ah, che bell'immagine) ma consci di essere ugualmente sotto gli occhi di tutti. Non può, dunque, esserci spontaneità piena. E va bene così.
Altrimenti detto: e tutti sono più contenti così. (Sempre senza ironia, tutt'altro)
(fainberg)
la differenza tra me e te nella lettura è che tu riesci ad andare oltre, a vedere il bello che magari c'è, io invece non riesco a distaccarmi, e se un testo è bello ma tragico, riesco a leggerlo e a valutarlo solo se so che è invenzione e non realtà.
Questo non significa che mi comporti allo stesso modo di fronte ai fatti di cronaca o di vita.
E lo stesso vale per la scrittura. Mi sono fatta l'idea che tu il libro lo pensi e poi lo costruisci, come un piccolo congegno i cui ingranaggi devono incastrarsi l'uno con l'altro.
Invece io butto giù un personaggio che sia compatibile con uno sguardo che mi ha colpito in un gruppo di disperati che vanno al mare con un trenino.
In sintesi tu sei un intellettuale, io una cantastorie ;-)
baci
(alice)
Mi rendo conto che il mio rapporto con la lettura non è mai di immedesimazione: ho verso i libri un atteggiamento distaccato, che forse è una tara che mi è rimasta dall'università. Io non leggo un libro e partecipo, così come sembra suggerire alice per sé, ma io leggo un libro e lo smonto: passo sotto la mia lente le cose che mi convincono e quelle che no. Cerco sempre nelle letture qualcosa di molto preciso e che abbia a che fare con il vero.
Non sono ancora bene riuscito a inquadrare questa sensazione,ma sono sempre più convinto che un libro per me è essenziale quando di ritrovo qualcosa, quel quid, che io chiamo 'vero'. Cosa sia poi questo e che rapporti intrattenga con il bello non sono ancora riuscito a capirlo.
Leggere il libro di Forest, in particolare, mi ha ricordato la mia predilezione per i testi ibridi, che non sono saggio, non sono memoria, e non sono solo romanzo (per questo, per me, I sommersi e i salvati sono più importanti di Se questo è un uomo).
Sono come attratto da queste scritture che mescolano i generi, penso a certe cose di Camporesi, ad esempio. Perché riescono a tenere insieme l'esattezza e la narrazione, qualcosa di simile l'ho ritrovata nel libro che Anna mi regalò per Natale La corrida delle balene.
Poi come recensore sono atipico, parlo solo dei libri che mi piacciono, visto che non sono pagato per quello che scrivo, mi permetto di parlare solo di quelle scritture che realmente mi interessano.
Quindi è vero io smonto i libri e nello stesso modo monto i miei. Ho anche io delle ispirazioni, dei momenti in cui vengo assalito da una sorta di mania, ma nella realtà io mi penso e sono un artigiano. Lo dissi credo una volta ad erica: a me piacerebbe essere come Luca Della Robbia. So di non avere il fiato, né ci aspiro, alla Sistina, ma so che ho la capacità per creare delle ceramiche perfette: e capisco che in questa mia scelta entra in gioco l'attenzione ai meccanismi.
Il tuo invece Alice è uno sguardo più 'umano', nei tuoi racconti c'è una attenzione per l'umanità, una compassione, che traspare profondamente. E' uno sguardo di chi ha realmente davanti a sé il soggetto che de-scrive; i miei personaggi sono quasi sempre simbolici, anche quando sono persone reali (penso a mio nonno o a mia madre), e cerco sempre quando dico una cosa di volerne dire un'altra. La lettera dei miei testi è una parte, ma non è la sola, e sicuramente non la più decisiva.
I rumugino i miei libri, per anni, nella testa. Il personaggio di Matteo era lì da quando avevo 19 anni, tante volte avrei voluto scriverne, ma l'ingranaggio, la ceramica, aveva sempre qualche difetto.
L'occasione di Untitled mi ha dato questa possibilità, mi ha liberato della possibilità di far parlare il personaggio che era diventato maturo.
Io vorrei che i miei libri fossero dei marchingegni che si reggono da sé, io mi limito semplicemente a passare e ripassare le frasi, e a girare e rigirare le parole.
scusa e scusate la lunghezza
domanda: ma la prossima presentazione? amsterdam oppure palermo? o roma?
(demetrio)
comunque la mia conclusione era esatta.
Intellettuale (secondo il Garzanti) è colui che costruisce, soprattutto professionalmente, un'attività di pensiero ;-))
(alice)
E quel "soprattutto professionalmente" che non mi convince.
La mia professione è legata alla ripetizione di alcuni cliché comunicativi. Quasi sempre uguali e medesimi. I comunicati stampa dei sndacati sono qualcosa di straordinario, puoi mandarne via al ritmo di uno ogni 2 giorni e le variazioni lessicali sono minime.
Dopo un po', comunque, ti abitui e sai già a memoria che cosa scriverai. Questa è la mia professione e non ci vedo lavoro intellettuale.
Sarebbe da riflettere su quanto ci entra e ci è entrato nel mio lavoro nel Pasto grigio. E allora siamo su di un altro livello. Io credo che alla base dei diversi rapporti del libro ci stia quella che possiamo chiamare una "relazione" lavorativa. Mi sono reso conto, il passaggio è stato dopo l'università, che le relazioni che intavolo sono quasi tutte sul 'fare'. Io entro in contatto con le persone non per quello che sono, Demetrio, ma per quello che faccio, l'ufficio stampa. Questo, credo, che abbia modificato il mio modo di vedere i rapporti. Per un po' ho pensato che questo fosse avvilente: pensavo che contasse quello che ero e non quello che facevo. Poi mi sono reso conto come nel mio 'fare' c'erano una quantità di cose legate a me, che ho pensato che il lavoro sia una delle realtà in cui con più precisione di mostriamo.
In questo senso i rapporti di Matteo sono tutti nell'alveo del fare.
oggi è una giornata che 'strologo così.
(demetrio)
Gli autori che dialogano fra loro, mi entusiasma. Mi piace che siamo una comunità "elettiva".
Il discorso sul fare di Demetrio (stavo per scrivere "Matteo"!- è un segno buono o è cattivo?) rientra perfettamente nel giro di discorsi che mi/ci lega negli ultimi tempi (a dir la verità da molto di più) e che, credo, differenzia la comunità Untitl.Ed (ormai la vedo così) dalle altre litblogzine. (Infatti non ci seguono mica, non capiscono)
Mi sto chiedendo cos'è che non si capisce. Non lo so mica, anche se ci sto "lavorando" (di testa) sopra. Però un'idea ce l'ho e le parole di Dem me la fanno germogliare.
"Io entro in contatto con le persone non per quello che sono, Demetrio, ma per quello che faccio, l'ufficio stampa" Con quel che segue. Ecco, in queste frasi si toccano nervi vivi, corde che vibrano forte, almeno in me. Ma ancora non distinguo il suono. Non so che discorso queste frasi mi vogliono far intendere. Non è che non capisco il discorso di Demetrio, non capisco quello che voglio farmi io, attraverso le parole di Dem. Grazie, ragazzi, di tutto quello che mi/ci state dando.
La differenza fra intellettuale e cantastorie che sottintende Alessandra è un'icona.
Ora torno a "lavorare", a scuola, qualunque cosa voglia poi dire. :))
(caracaterina)
la scuola.
ecco le due parole.
mi ricorda quando davo ripetizioni. lì ero quel che davo, facevo ma sostanzialmente ero.
io sono in quel che scrivo, forse più simile all'atteggiamento di ale_alice che a quello di dem.
e ce ne sarebbe ancor da dire.
(scrivana)
Su discorso del lavoro e del fare. MI sembra che ale-scrivana faccia un discorso preciso, che in un certo senso riguarda erica ad esempio: la scuola, l'insegnamento.
In quel caso la dinamica e la relazione lavorativa è complessa; proprio perché viene meno quella costante del rapporto lavorativo che è prestazione salario. Che significa padrone e servo. A scuola il lavoro si basa su altre relazioni, che sono più immateriali, ma non per questo meno vincolanti.
Anche in quel caso noi facciamo delle cose, soltanto che sono cose 'impalpabili', e in merito alle cose che facciamo vieniamo percepiti come come ciò che siamo.
Io, poi, schioderei sia alice che scrivana da quest'idea più 'spontaneistica' della loro scrittura. Anzi direi proprio che non è vero. Tale le cura, e l'artifizio, la finzione che c'è nei loro libri che non ci credo a questo sponteneismo del "cor che ditta dentro".
Non credo che ci sia niente di male a dire che un testo prima di essere scritto o durante la riscrittura ha subito una serie di varianti e di variazioni, in cui il mestiere, e l'artigianato della scrittura ha fatto la sua parte con altrettanta importanza che l'ispirazione iniziale.
Boh non lo so, ma a me personalmente lo spontanesimo non mi convince e da lettore non mi è sembrato di leggerlo in nessuno dei libri, anzi al contrario io ci ho letto pagine gremite di letterarietà. E per me questo è un bene.
(demetrio)
tepareva.
(scrivana)
e che ho detto di male?
:)
(demetrio)
Io trovo che la spontaneità in letteratura (paroloni, quest'oggi) non sia affatto un pregio. Quello che io cerco, di più, che pretendo è una spontaneità costruita. Io a uno scrittore chiedo che mi faccia credere; se individuo anche l'impercettibile crepa nel castello di carte che lo scrittore ha per me costuito (e poco importa se la crepa è data da un eccesso di finzione che l'autore si sente per primo addosso o se è data da un eccesso di verità) è finita.
(fainberg)
..e non pensi (non pensate) che il blog sia proprio un luogo elettivo di apprendimento, di esercizio, per ottenere questa sorta di spontaneità costruita?
che poi, "sponaneità costruita"... mi fa troppo pensare ad artificio in aggiungere. Mentre invece, secondo me, il senso ultimo di questa costruzione sta più nel togliere che nell'aggiungere. Mi viene in mente la nudità. Saper stare nudi di fronte a una persona (figuriamoci a PIU' persone...) è una conquista, eppure l'esito finale non è altro che nudità. Non so se mi sono capita.
(untitled io)
Quando Demetrio dice di non credere alla spontaneità della mia (e di Ale) scrittura, ha in parte ragione.
Però per quanto mi riguarda, la ricerca dell'incastro avviene per la forma, ma non per il contenuto. I miei personaggi io so in pochi secondi come sono, poi devo piantarli nel mondo certo, far loro compiere azioni, scriverle e descriverle queste azioni (azioni che già conosco). Lì comincia il lavoro.
".e non pensi (non pensate) che il blog sia proprio un luogo elettivo di apprendimento, di esercizio, per ottenere questa sorta di spontaneità costruita?"
Io penso di sì. Si sta in vetrina e ci si vuole mostrare. Verosimili. Il più possibile. E, senza nemmeno accorgersene, si scrive l'imitazione di se stessi. Già che ci si è, ci si dà anche una lucidatina. E tutti sono più contenti. (Senza ironia, eh)
(alice)
Mi piace quello che ha scritto Alice. Credo che, sì, il blog sia molto utile per imparare questa sorta di spontaneità costruita, proprio perché lo si scrive da soli, nell'intimità della propria stanzetta (ah, che bell'immagine) ma consci di essere ugualmente sotto gli occhi di tutti. Non può, dunque, esserci spontaneità piena. E va bene così.
Altrimenti detto: e tutti sono più contenti così. (Sempre senza ironia, tutt'altro)
(fainberg)
vediamo se riesco a dire qualcosa
mi piace l'idea della nudità e meno quella della spontaneità (costruita o meno), perché quest'ultima mi sa da mito del buon selvaggio. Qualcosa di posticcio e di televisivo. No so se vi è mai capitato, ma se guardate la tivvù, soprattutto i reality show, una delle parole più dette ripetute é: io sono vero/a.. Oppure variante: io sono così con le telecamere o meno.
In questa affermazione di spontaneità io trovo una falsità precisa invece.
La nudità mi affascina, mi ricordo di un post di Palmasco in cui diceva che avrebbe fatto un'autoritratto di sé solo nudo, quella mi sembrava una buona metafora per la scrittura del blog. Personalmente la scrittura in rete mi ha abituato a tenere conto dei ritmi e dei tempi, mi ha insegnato come mi devo denudare e come no.
La cosa parrà un po' maschilista, ma prendetela come metafora.
Una volta sono andato in un locale in cui c'erano delle ballerine professioniste che si spogliavano. Avevano una capacità di mettere in mostra, con una lucidatina - come dice alice -, ciò che in quel momento andava messo a nudo: c'era precisione, ritmo, naturalezza. In realtà, per quanto giovane e testosteronato fossi, capivo che dietro c'era una coreografia.
Ma non la sentivo.
Se invece prendete, capita agli insonni, le tivvù locali e vedete i programmi per spogliarelli fai da te, beh, proverete una senazione di orrore e di artificiosità precisa.
Il blog penso che viva delle medesime dinamiche, lo so lo so che potevo usare, altri 3mila esempi, ma questo mi pareva il più chiaro.
(demetrio)
mi piace l'idea della nudità e meno quella della spontaneità (costruita o meno), perché quest'ultima mi sa da mito del buon selvaggio. Qualcosa di posticcio e di televisivo. No so se vi è mai capitato, ma se guardate la tivvù, soprattutto i reality show, una delle parole più dette ripetute é: io sono vero/a.. Oppure variante: io sono così con le telecamere o meno.
In questa affermazione di spontaneità io trovo una falsità precisa invece.
La nudità mi affascina, mi ricordo di un post di Palmasco in cui diceva che avrebbe fatto un'autoritratto di sé solo nudo, quella mi sembrava una buona metafora per la scrittura del blog. Personalmente la scrittura in rete mi ha abituato a tenere conto dei ritmi e dei tempi, mi ha insegnato come mi devo denudare e come no.
La cosa parrà un po' maschilista, ma prendetela come metafora.
Una volta sono andato in un locale in cui c'erano delle ballerine professioniste che si spogliavano. Avevano una capacità di mettere in mostra, con una lucidatina - come dice alice -, ciò che in quel momento andava messo a nudo: c'era precisione, ritmo, naturalezza. In realtà, per quanto giovane e testosteronato fossi, capivo che dietro c'era una coreografia.
Ma non la sentivo.
Se invece prendete, capita agli insonni, le tivvù locali e vedete i programmi per spogliarelli fai da te, beh, proverete una senazione di orrore e di artificiosità precisa.
Il blog penso che viva delle medesime dinamiche, lo so lo so che potevo usare, altri 3mila esempi, ma questo mi pareva il più chiaro.
(demetrio)
(continua...)
Posted on ott 27, 2005 at 08:55AM
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untitled io
in album demetrio, album scrivana, album alice
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